La vita e i mestieri nel territorio di Esino Lario

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La collezione di attrezzi di vita quotidiana del Museo delle Grigne contiene strumenti di lavoro utilizzati sino ai primi decenni del Novecento. Vi sono attrezzi legati all’agricoltura e all’allevamento, alla produzione di burro e formaggio, e alla filatura della canapa. Pittoresca è senza dubbio la stanza del Casel, una struttura tipica montana dove si svolgeva la lavorazione del latte e la produzione di formaggio.

Il ferro delle nostre vallate

La presenza di vene di siderite negli alti monti del Varrone, diede avvio sin da antichissimi tempi a una fiorente siderurgia, che lungo il correr dei secoli, giovandosi della ricchezza di boschi per la produzione di carbone e della dovizia di acque torrentizie per l'azionamento dei mantici dei forni e delle fucine, venne ad interessare tutto il territorio orientale del Lario, da Premana ad Introbio a Lecco, determinandone l'indirizzo economico. Esino fu tra i più importanti centri fornitori di carbone; ebbe anche miniere nella Zocca di Cavedo. Un ciclo di lavoro degno di un'epopea, il metallo valsassinese, cavato a oltre 2000 metri di altezza e portato a valle con fatiche inenarrabili, trasformato nelle fucine in manufatti di ogni genere, alimentò per secoli la celeberrima "arte armoraria" di Milano. Leonardo Da Vinci visitò le terre "del ferro" e ne illustrò le montagne con due splendidi disegni. Purtroppo nella prima metà del '800 la siderurgia decadde, impotente a reggere la concorrenza straniera, forte dell'introdotto impiego del carbone fossile e di più accessibili miniere. Sopravvissero le piccole fucine valsassinesi e soprattutto le forge e le trafilerie di Lecco, dove si svilupparono industrie a risalto nazionale, quali la Falc, la Badoni, la Redaelli. Negli ultimi decenni, officine di ogni entità, forti delle doti di abilità e di laboriosità, si svilupparono in Valsassina, a Premana e sulla Riviera, riconducendo il territorio alla sua tradizione ferriera. L'esempio più vistoso della discendenza ideale dell'alto Varrone è, però, la Lecco industriale di oggi. Città del ferro per eccellenza, vi si contano, infatti, a decine, aziende metallurgiche di ogni dimensione. Guidate da intenditori e da tecnici valorosi, con maestranze di tradizionale esperienza, esse rappresentano una ricchezza per l'intera nazione, di cui le popolazioni del lecchese, maturate attraverso una millenaria vicenda di libertà e di duro impegno, sono una delle più significative espressioni.

La Canapa

La grande povertà di risorse obbligava le popolazioni delle nostre montagne a vestirsi con tessuti ricavati da lana e da piante a coltivazione locale. La materia prima fondamentale era la canapa. Il giorno di S.Marco, a fine aprile, dava inizio al ciclo che nel corso di un anno avrebbe consentito alle nostre abilissime donne di vestire, dalla produzione alla confezione, tutto il paese. La semina su terreno umido e poco soleggiato veniva eseguita qua più fitta, per ricavare, da steli esili e lunghi "ol canof" a fibbra sottile, destinata alla trama e là più rada per ricavare "ol canevon" a fibbra più grossa, per l'ordito. Dallo stesso "canevon" si ricavava la semente per il successivo ciclo. Interz, la Val, la Giascie, Bigal, erano le località in cui la coltivazione era più diffusa. Una pulizia dalle erbe che potevano soffocare le piantine in germoglio era la sola operazione di coltivo necessaria durante la crescita. A fine agosto le piante ormai, a maturazione, venivano strappate con le radici. Gli steli erano posti a seccare sulla "brughe", margine prativo a pendio ripido, posto ai limiti del campo. L'azione dell'acqua e il sole seccava e rammolliva le fibre, mentre il declivio impediva lo stagnare e la putrescenza. A ottobre, i fasci di steli erano raccolti in capanni sul fondo dei quali si accendeva il fuoco per rendere più tenera la parte legnosa. Aveva poi inizio una serie di lavorazioni, eseguite dalle donne, nelle giornate che l'avvicinarsi dell'inverno rendeva libere dalle occupazioni di carattere agricolo. Il fieno riempiva ormai le stalle, le patate erano già raccolte, le noci cominciavano a seccare e le castagne maturavano sotto le "riscere", cumuli di ricci e di foglie. La canapa veniva dapprima battuta sotto la "gramola", attrezzo a quattro gambe in cui un coltello orizzontale, entrando tra due traverse, spezzettava la parte legnosa della pianta, ed era quindi battuta con la "spadola", sorta di pala di legno, contro massi, in un luogo aperto e ventilato, adatto a disperdere la gran polvere prodotta. Infine, si cardavano le fibre ormai libere con "ol spinazz", arnese a punte più fitte per "ol canof" e più rade per "ol canevon", separando così il buon filo dalla stoppa. Anche questa avrebbe trovato in seguito una propria utilizzazione in una grossolana filatura e più frequentemente nel riempimento, con altri vegetali, della "bisaca", sorta di materasso per il giaciglio. Nel pieno dell'inverno, raccolte nel tepore delle stalle, attorno ad un'unica lampada ad olio, le donne filavano, con una "roche" sotto l'ascella e con "ol fus" nella mano destra. La "cocarola" terminata ad uncino ruotava, sapientemente guidata, tra il pollice e l'indice della mano destra ed il fuso si riempiva rapidamente di filo attorciliato; tre ne completava ogni sera una buona filatrice. Dal fuso si passava a grossi "ramusei", o gomitoli, e quindi ad ampie matasse fatte sul "aspe". Grandi caldari o "Caldirœi" di rame che accoglievano le matasse di canapa alternati a strati di cenere, erano posti sul fuoco dove una lenta cottura consisteva nella prima operazione di sbiancamento. Portate al torrente, sciacquate ed asciugate al sole, le matasse erano pronte per l'operazione della filatura. Poche famiglie possedevano il telaio, o "teler", che veniva quindi dato in prestito dall'una all'altra. Le "maestre", abili orditrici che davano la propria opera di casa in casa, procedevano a preparare l'ordito con un filo di canapa maschio, più robusto. Le donne allora, dipanata la matassa sulle "bicoche" e avvolto il filo sulle spole col "spolador" tessevano facendo passare la spoletta di legno, tra le maglie dell'ordito con straordinaria velocità. Si ottenevano così lunghissime strisce di tela "de ca" dell'altezza di un braccio. In modo analogo si preparava la mezzalana o stoffa, alternando canapa a lana. La tela, che risultava giallastra, veniva messa alla sbianca stendendola sui prati presso i torrenti e bagnadola tre volte al giorno. Portata nelle case la sera, il giorno seguente era nuovamente esposta, fino a quando l'azione del sole la rendeva candida e morbida. All'inizio della primavera, prima della fienagione, le cassepanche erano colme del buon tessuto che sarebbe servito a vestire tutti i membri della famiglia.

"Ol Casel"

Le fonti principali di vita della nostra valle furono nel passato la coltivazione di campi e l'allevamento del bestiame. Negli alpeggi privati sparsi sui maggendi, sorgevano una accanto all'altra due costruzioni: al piano inferiore della prima, chiamata "stalla", con l'entrata da valle, trovava ricovero il bestiame, mentre al piano superiore, accessibile da monte, veniva accatastato il fieno. Nella seconda costruzione, denominata "ol casel", trovava posto il "casel dol lac", parzialmente interrato e attraversato da una vena d'acqua corrente su cui, contenuto in grandi conche di rame, era lasciato in fresco il latte; sopra di esso c'era il locale per la lavorazione del latte, di cui presso il Museo delle Grigne è stata realizzata una ricostruzione. I materiali impiegati sono tipicamente locali: pietra per i muri, calce ricavata in fornaci dal calcare di cava, travi ed assi in legno per i soffitti. Il pavimento in pietra, "richolade" è tipico del casel a un solo piano. Utensili e suppellettili in legno sono disposti sulla "peltrere" a muro: basla, cazzul, cujà e pala, e sull'asse del tipico camino ad angolo. La panna scremata dalle conche era lavorata nel "penach" o zangola, per ricavarne il burro, che nella lavorazione finale veniva battuto con una spatola forata di legno per estrarne il residuo siero. Il latte rimasto nelle conche, che dopo la spannatura, eseguita a mano, conteneva ancora un'esigua parte di grasso, veniva versato in un grande "coldirel" appeso alla "scigogna", scaldato sul focolare e fermentato col caglio. La "quajada" che si formava, dopo compressione nel "singel", era posta a scolare sullo "spessur", un asse rigato e inclinato, fissato ad una delle pareti, dando origine a forme di formaggio che veniva poi staghionato in locali a ciò adibiti. Altri attrezzi, alcuni ovunque impiegati, quali "ol bernach" e "ol bofet", sono posti in fianco al camino, altri più localmente tipici sono sparsi nel locale: tali "ol cadur" per il trasporto a spalle di due secchi e "ol cochet" per fissare con catene le capre al presepe della stalla. Gli "scapin", scarpe di pezza, rappresentano una calzatura abbastanza recente anche se non più attuale, mentre in precedenza era in uso lo zoccolo di legno chiodato, detto "zocol dal ponch". La necessità di trascorrere parte della giornata nella lavorazione del latte, prevalentemente affidata alle donne, comportava spesso la custodia dei neonati della tipica culla di legno, con l'archetto intagliato, destinato a sostenere una pezza che tenesse lontano le mosche e riparasse dalla luce.

Bibliografia

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