Folclore e storia di un paese della nostra montagna: i dieci comandamenti

Centro di documentazione e informazione dell'Ecomuseo delle Grigne

Pietro Pensa, Folclore e storia di un paese della nostra montagna: i dieci comandamenti in Rivista di Lecco, anno XVI (1957), nn. 1-2.


"IO SONO IL SIGNORE DIO TUO"

I° — NON AVRAI ALTRO DIO ALL'INFUORI DI ME

I Lupi vendicatori

Accadde un tempo che alcuni boscaioli, i quali si erano recati per lavoro nelle terre eretiche del Settentrione, tornassero al paese alto portandovi strane dottrine che rinnegavano la vera religione del Signore Iddio. E già che, come sempre si verifica nelle umane cose, non pochi erano i malintenzionati pronti ad accogliere ogni argomento che giustificasse il violare la legge, fu presto dato che la mala pianta maturasse i suoi frutti e provocasse scandalo grande; la licenza infatti serpeggiò tra la gente e i peggiori, non più trattenuti dal timore delle pene celesti, presero a condurre vita vergognosa. Tra di essi si distingueva in nefandezze un certo uomo, detto iì Bonino, il quale giunse persino a tenersi due mogli, in due Terre diverse.
Un simile stato di cose avrebbe presto richiamato sul paese alto la punizione che aveva distrutto Sodoma e Gomorra. Per grazia divina giunse però al popolo della montagna un grave ammonimento che ricondusse al rispetto della legge.
I reprobi avevano preso a battagliare tra loro: ciascuno voleva prevalere sull'altro, e già che nessun ritegno più tratteneva dal male, adoperava ogni mezzo per sopraffare l'avversario. Avvenne che un giorno il Bonino venisse a lite con i fratelli di una donna che aveva sedotta e abbandonata, mala gente pur essi e pronti ad ogni estremo. Dopo le minacce, gli sciagurati ricorsero ai coltelli; il Bonino, solo contro molti, cadde in una pozza di sangue; morì poco dopo rinnegando il Signore.
Fu portato al cimitero sul colle e venne seppellito da miscredente qual era.
Ma ecco che di notte, era una notte sinistra di primo inverno, i lupi calarono a frolle dai monti, vennero alla tomba, scavarono nella terra appena rimossa, strapparono il corpo del poveretto e lo trascinarono giù, per la Ripa grande, sino in fondo alla Valle, dilaniandone le misere carni.
Simile orrore non si era mai dato a memoria di uomo. I reprobi, sconvolti, si peni irono delle loro colpe e ritornarono alla vera fede del Signore (1).

(1) Di questa leggenda si parla anche in un documento del 1500.

Il pellegrino diabolico

In mia cascina del ridente luogo di Ortanella abitava un tempo una maliarda che aveva rinnegato la fede nel Signore e che adorava Satana, al quale aveva venduto anima e corpo, ricevendo in contraccambio magico potere snlle cose e sulle erbe. Tale sinistra facoltà ella volgeva al male del suo prossimo.
Ora avvenne che, fattasi vecchia e vernila agli ultimi anni, in una notte di bufera qualcuno battesse alla sua porta. Apre la donna e alla luce livida dei lampi scorge un misterioso pellegrino, avvolto in un mantello ampio e nero, che l'invita ad uscire: ella comprende che è Satana giunto a prendersi l'anima che ella gli ha venduta. Un'improvvisa paura l'assale, ma non ha il tempo, di trarsi addietro che quello l'afferra e la trascina con se. Al terrore della perdizione, la fede si risveglia nello spirito della sciagurata e dalle sue labbra disuse esce una preghiera : un boato infernale risuona allora tra i monti, e il viandante scompare in un turbine di fuoco. La vecchia si ritrova salva presso l'antico pozzo di acqua dove i pastori di Ortanella abbeverano le mandrie. Là ella fa elevare, in segno di ringraziamento al vero Dio, una cappella votiva, quella che oggi ancora si vede, tra i boschi di faggio, a dominio della valle.

II° — NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

L'Ammonimento

Tra le colpe più ingrate al Signore è quella del bestemmiare il Suo nome. E ancor più tristo è il peccato quando avviene di commetterlo nei giorni a Lui dedicati.
Viveva una volta nel paese alto un uomo che il benessere aveva reso superbo e dispregiatore della grazia celeste; sovente lo si udiva nominare con dileggio il nome di Dio. Ora accadde che una notte di sabato egli stesse costruendo una gerla nuova, seduto nella sua stalla, dove come sempre si era adunata molta gente attratta dal tepore emanato dalle molte mucche alla mangiatoia.
Il discorso correva sulla bestemmia e sulle punizioni che aspettano chi si macchia di un peccato tanto grave. Il padrone rideva forte di quelle fole: in tanti anni aveva bestemmiato le mille volte, eppure mai gli era occorso alcunché di male.
Battè mezzanotte alla Chiesa grande.
Donne e uomini si levarono perchè si entrava nel giorno festivo, salutarono e uscirono per tornare alle case.
— Voglio finire la gerla! — si disse il padrone, e benché tutti fossero andati, rimase nella stalla e prese a lavorare l'ultima bacchetta di nocciolo, la più grossa, che doveva chiudere in alto l'intreccio di strisce.
Ad un tratto il falcetto scivolò su di un nodo, deviò, gli ferì una mano. Anziché raccogliere quel segno che la Provvidenza gli mandava perchè cessasse il lavoro in quell'ora già festiva, l'uomo imprecò con una orrenda bestemmia.
Ed ecco dalle greppie venire un rumor di catene, un muggir sordo, poi un coro di voci profonde e sinistre: Compagnon, Levemess e mangemm el nos padron!
Il malcapitato, atterrito, buttò gerla e falcetto e fuggì nella notte. Si racconta che da allora nessuno più lo udì bestemmiare il nome Santo del Signore.

III° — RICORDATI DI SANTIFICARE LA FESTA

L'aiuto dei morti

Era giorno di domenica di un anno di magnifica campagna. Le messi recise, dalle spighe rigonfie, stavano distese sui campi a disseccare al sole; l'indomani i contadini le avrebbero raccolte in fasci per batterne i grani destinati a sfamare durante il lungo inverno.
Quando, mentre escono dalle case per recarsi alla Messa grande, i montanari vedono nubi minacciose, prodromo di vicina tempesta, avanzare rapide sopra l'alta muraglia del Monte Croce. Dimentichi del giorno festivo, essi corrono allora nei campi per riparare il raccolto dalla distruzione.
Due vecchi coniugi, sempre vissuti nel timore di Dio, presi dal comune affanno, si accingono ad ammucchiare pur essi il loro grano, per portarlo al sicuro sotto tetto. Ad un tratto la donna si sovviene del comandamento del Signore, afferra per il braccio il compagno e lo invita ad interrompere il lavoro: meglio perdere il pane che trasgredire la legge.
Ristanno i due vecchi e mentre la bufera si avvicina pregano di aiuto i loro poveri Morti.
Ed ecco: fantasmi evanescenti appaiono, si chinano sulle messi già sconvolte dal vento, le ammucchiano in covoni, le riparano nella vicina baita; in breve volgere di minuti l'ultimo fascio è al sicuro.
Le Ombre si dileguano nel nulla, i vecchi si avviano alla Chiesa benedicendo la pietà dei Morti, mentre la bufera si scatena violenta a distruggere la ricchezza degli incauti che hanno iniziato invano una fatica non grata a Dio.

La Filatrice diabolica

Batteva il tocco. L'ampia staila, illuminata appena dalla fiammella guizzante di un lumicino ad olio, si era ormai sfollata; gli uomini avevano lasciato il paziente lavoro del legno, le donne il fuso e la rocca : era la festa di Santo Antonio, il patrono della Terra di sopra. Dopo gli auguri di rito, lutti si erano allontanati, verso le proprie case, nella fredda notte di gennaio. Solo due donne indugiavano, e immemori che il diavolo si prende il lavoro Eestivo, filavano ancora, cantarellando: Sant'Antonin, Sant'Antonà, / I me tri fusa / Vui fila, vui fila.
D'improvviso la porta si apre, un soffio gelido di vento irrompe nel tepore della stalla; le mucche scuotono le catene che le tengono alle greppie e muggiscono impaurite. Una vecchia alta, con il volto nascosto da un Fazzoletto nero, entra, avanza in silenzio, siede sulla panca, toglie di sotto il braccio il Cuso e si mette a filare lentamente. Le due donne la guardano: la'cantilena s'è spenta sulle loro labbra e le loro mani tremano nell'attorcere il filo. Alla più giovane cade il fuso; ella si china a raccoglierlo ed un grido di terrore le sfugge: di sotto le vesti della misteriosa compagna escono due aduliciie zampe di uccello. La poveretta si leva, prende per un braccio l'amica e con lei esce di corsa nella notte, giurando di mai più lavorare nei giorni dedicati al Signore e ai Suoi Santi maggiori.

La pioggia di sangue

Se il comandamento di astenersi dal lavoro e dalla caccia durante le festività era perentorio nella legge, mai l'obbligo fu tanto rispettato come nel giorno dedicato a tutti i Santi. Eppure, in un anno di tempi lontani, un vecchio boscaiolo ebbe l'ardire di infrangerlo.
Era una mattina serena e il freddo aveva spinto sulla valle nugoli di uccelli di passo. L'uomo era gran cacciatore e il rinunciare a quella preda per recarsi alla Chiesa non gli confaceva; prese il fucile e salì sulla montagna.
Quando giunse uri bosco, l'accolse un gran zirlare di tordi e un chioccolare di merli: ai margini degli spiazzi vi erano sorbi selvatici, carichi di grappoli; su uno di quelli si pasturava un fitto stormo. L'uomo imbraccia gioioso il fucile, sicuro del colpo; ma come ha sparato, non vede cadere neppure un uccello: i volatili stanno ancora sui rami, per nulla impauriti. Egli si fa sotto, pieno di stupore; lo zirlare è divenuto più fioco, sembra un lamento; dai rami prendono a cadere gocce di sangue, sempre più fitte, sino a diventare una pioggia purpurea. Il cacciatore, atterrito, si volge e fugge verso la valle. Ma ecco gli uccelli staccarsi dall'albero e rincorrerlo con un fischiare forte, minaccioso. Lo seguono sino alle case del paese e la pioggia continua a cadere su di lui.
Dice la leggenda che da allora il vecchio boscaiolo non trascurò mai più la festa dedicata a tutti i Santi, e che quando qualche giovane spavaldo mostrava di spregiarne la solennità, egli gli raccontava la sua paurosa avventura per ammonirlo a non tentare la misericordia del Signore.

L'Oro maledetto

Quando, nella gloria del Sabato Santo, le campane annunciano la Resurrezione, la terra si apre e lascia rilucere al sole le ricchezze nascoste nel suo seno; ma all'uomo non è dato di vederle, perchè in quell'ora la legge del Signore lo chiama alla Chiesa a celebrare il sublime mistero.
Così dice l'antica leggenda. Pure, la brama di impadronirsi dell'oro che la gioia della Natura libera per pochi istanti dalla sua profonda prigione aveva sedotto un montanaro, stanco delle dure fatiche dell'alpe.
Così, nella chiara mattina del giorno benedetto, anziché correre con la folla devota all'altare egli prese a vagare sui monti, in attesa del momento della Resurrezione.
Giunge dal campanile lontano lo squillo del bronzo, la terra si squarcia e nel baratro scintilla fulgido un gran masso di oro.
Il montanaro si butta verso di quello con un grido di giubilo, ma subito si arresta, indugia; dal profondo è balzato sul prezioso metallo un piccolo diavolo, raccapricciante a vedersi.
Si perde intanto nell'aria l'ultima nota della campana; il demonietto sogghigna con una smorfia di scherno e la terra si richiude tra fumi di zolfo, mentre l'uomo, che ha trascurato il suo dovere di cristiano per una folle chimera, pensa deluso alla faticosa esistenza che di nuovo lo attende.

La processione dei Morti

Nella notte che segue il giorno dedicato a tutti i Santi, i Trapassati che abitarono nella Valle tornano nei luoghi della loro esistenza terrena e vagano per le vie del paese in lunga processione, con i ceri accesi, salmodiando. I vivi debbono vegliare nelle case non oltre la mezzanotte, e quindi ritirarsi, perchè il turbare il mistico corteo porterebbe loro malanno.
In una di quelle tristi notti del tempo andato, una vecchia della casata dei Gulfi se ne stava impastando del pane, quando, sorpresa dall'ora vietata, udì un insolito mormorio giungere dalla strada.
Vinta dalla curiosità, la donna si affaccia alla porta: dinnanzi ai suoi occhi attoniti sfila la lenta processione dei Morti. Ella si chiede chi possa essere quella strana gente, tenta di illuminarne i volti, ma un soffio di vento spegne il suo lume. Porge allora la lampada a uno dei misteriosi passanti perchè la riaccenda; quello le offre il cero, ella lo prende ma, con suo grande spavento, si trova nella mano una tibia di morto.
Il corteo frattanto scompare dietro la svolta della via.
La mattina seguente, la vecchia corre alla Chiesa grande e mostra al sacerdote l'insolito dono. Quello le consiglia di trascorrere il giorno in preghiera e di attendere presso la porta nella notte che verrà.
Ed ecco, alla mezzanotte, giungere un'Ombra, sola e zoppicante, a cercare la tibia perduta. Il poveretto, che non ha potuto seguire i compagni nell'oltretomba, ora, giacche nel mondo dei Trapassati non si va mai soli, si prende per compagna la vecchia che ha osato violare il mistero della notte Consacrata ai Defunti.

La Caccia selvaggia

Nelle notti senza luna avviene talvolta che poco lungi dal montanaro malcauto, attardatosi lungo sentieri scoscesi, si levi d'improvviso la Caccia selvaggia. Risuonano allora i valloni di abbaiare di cani e di guaire di cuccioli, mentre grida di angoscia si rompono nell'aria.
In un baleno la fuga misteriosa percorre le pendici dei monti e va a perdersi lontano, verso le immani rupi della Griglia. Sono le anime in pena dei cacciatori che nei giorni festivi hanno trascurato il comandamento del Signore e che la giustizia divina ha condannato dopo morte a vagare senza pace nei luoghi del loro peccato.
A questa popolarissima e antica leggenda si connettono paurosi racconti.
Si narra di un giovane che, sorpreso sullo Zucco di Stevano dalla Caccia selvaggia, tal ne ebbe spavento da intristire e morire. Si favoleggia di una vecchia che, uscita al rumore da una stalla dove era radunata molta gente, ebbe la malaugurata idea di gridare: Cacciador de la bona caccia / Demm on poo de la vossa fogaccia!
Quando, rientrata e raccontato il fatto agli altri, questi uscirono a loro Volta, incuriositi, trovarono appeso alla porta un troncone umano.
La donna, impaurita, invitò sì gli spiriti dannati a riprendersi la loro «focaccia», e il misero resto scomparve, ma l'orrore fu tale che in breve volger di tempo ella si consumò e si spense.
La tradizione afferma che tanto il giovane quanto la donna non erano bttOBl Oriitiani: quando si incontra la Caccia selvaggia affiora la coscienza (fai propri peccati e lo spavento che ne viene tanto è più grande quanto più raiiinia è macchiata di colpe.
Analogo racconto è quello, ricordato pure dall'Arrigoni, che parla dei l'aHloii maledetti, morti in peccato mortale e condannati a correr la montagna, sospinti dal vento e dalla bufera, sino a che, incontrando sul cammino un sacerdote, questi li assolva dai loro peccati.

La Messa dimenticata

Non più indulgenti furono le antiche storie con i ministri di Dio poco solerti ad osservare gli obblighi verso di Lui. Ed ecco due leggende, degne della penna di un narratore, che si riferiscono a figure di sacerdoti vissuti nel paese alto.
Da pochi anni prete Jomaria detto il Penna era morto, quando avvenne che una sera, precedente la ricorrenza dei morti, un vecchio della casata dei Bascheri si recasse a pregare nell'Oratorio di Sant'Antonio. Era buio e freddo nella chiesuola, sì che il vecchio, intirizzito, fu preso dalla sonnolenza e si addormentò.
A mezzanotte, mentre la gente è chiusa nelle case perchè lungo le àtràde del paese passa la processione dei Morti scesi per un'ora nei luoghi dove vissero, il vecchio si desta di colpo e scorge, in un brillare di luci, un sacerdote celebrare sull'altare. All'offertorio, quando quello si volge, riconosce in lui prete Jomaria, che, rimasto un istante in vana attesa, atteggia il volto a una smorfia di dolore e scompare, mentre la Chiesa ripiomba nell'oscurità.
La mattina il vecchio sale sul poggio a raccontare l'apparizione al nuovo parroco, uomo saggio e pio. Questi ascolta, riflette, poi dice che certo prete Jomaria deve aver trascurato una Messa durante la vita e non può quindi salire in Paradiso prima di averla celebrata. Consiglia di tacere, di attendere la prossima ricorrenza dei Morti, di trovarsi nuovamente, la mezzanotte, nella Chiesuola di Sant'Antonio e di salire all'altare a servire il Sacrifìcio.
Così fece il vecchio della casata dei Bascheri. Prete Jomaria riapparve, celebrò la Messa dimenticata, e infine, benedetto con un sorriso il chierico pio, scomparve in una nube di luci meravigliose, al suono di angelici canti.

Lo stilo nella roccia

Quella mattina, quando Toni di Buroi giunse al Pianchel per togliere dal mucchio un po' delle castagne tenute ancor nei ricci perchè si conservassero, ebbe la sorpresa di scoprire che un ignoto ladro se ne era ingoiata una buona quantità, lasciando accanto i gusci vuoti. La poca polpa rimasta attaccata a quelli, ancor fresca, diceva che il furfante se ne era andato da poco. Toni giudicò che dovesse trattarsi di qualche animale e già che nessuno meglio di Pre' Isep conosceva le abitudini di ogni bestia, pensò di chiamarlo e di sottoporgli lo strano caso.
Pre' Isep, gran cacciatore innanzi a Dio, quando udì ciò che era accaduto ne ebbe lietezza perchè comprese che si trattava di un orso e che si presentava l'occasione di mettere le mani su una preda tanto rara. Raccomandò a Toni di star zitto, di non dire nulla a nessuno, perchè se in paese se ne fosse avuta notizia certo la gente sarebbe accorsa e avrebbe battuto la montagna spaventando e facendo fuggire la belva. Poi, la sera, all'Avemmaria, caricato il fucile, era un fucile a canna grossa e con tanto di stilo, mise Toni vicino al paese, presso la gran frana che è detta Lavinone e dalla quale si domina l'opposto versante, e gli raccomandò di attendere due spari: il primo sarebbe stato quello destinato all'animale, il secondo, lanciato poco dopo, appena ricaricata l'arma, avrebbe significato il buon successo del primo; dopo di che Toni sarebbe potuto venire tranquillamente con altra gente, per trasportare la preda.
Detto e fatto, Pre' Isep passa la valle, sale al Pianchel e si apposta su un castano, sopra il mucchio dei ricci. Non va gran tempo, già si fa buio, quando ecco uscire dal bosco un orso bruno, grosso e possente come altri mai se ne eran veduti. Il sacerdote attende che sia a tiro, punta e spara. L'animale è colpito, malamente però; con urli di rabbia e di dolore rotola giù per il vallone. Pre' Isep scende di furia dall'albero e lo insegue; già sta per raggiungerlo quando incespica e cade. La belva gli si avventa contro, ma il cacciatore, impavido, l'affronta a colpi di stilo e in breve l'uccide. Si rialza; è incolume, ma il sangue copioso dell'orso ha bagnato la polvere che egli porta con se per il secondo sparo.
Toni di Buroi, dall'altro versante della valle, udito il primo colpo e subito dopo gli urli della belva, aveva atteso inutilmente il segnale; preso da spavento, sicuro della morte di Pre' Isep se ne era poi fuggito, chiudendosi nella sua casa. Là lo trova il sacerdote quando, stanco di attendere, torna al paese.
Passarono gli anni e l'audacia del gran cacciatore non conobbe più limiti. Batteva la montagna d'estate e d'inverno e sempre tornava con grosse prede. Uccise un altro orso presso Mascedo, così grosso che quando lo appesero nella casa presso la piazza ne trassero ben ventidue pesi di carne e sfamarono per vari giorni l'intera popolazione. Un altro, feroce, che sterminava i greggi di capre, venne colpito nei Fopp, presso la grotta del santo Nicolao, e andò a morire nella Val grande, dove ne trovarono la carogna alcuni mesi più tardi.
Dicono i vecchi che alla fine la grande passione condusse Pre' Isep a trascurare i suoi doveri religiosi; così che il demonio ebbe finalmente potere di colpirlo.
Si trovava egli un giorno nell'alta valle Molinera, sopra il bosco, là dove le rocce si levano ardite dal macereto. Un camoscio, agile e forte, apparve d'improvviso su una eroda: aveva corna argentee che luccicavano al sole.
Il cacciatore lo insegue, dentro alle forre del monte, su per le guglie, lungo le aeree creste. Lo insegue senza posa sino alle immani pareti del Pizzo. Qui il meraviglioso animale si addentra nel vertiginoso cammino che taglia lo strapiombo. Instancabile, il sacerdote si arrampica, quasi lo ha raggiunto quando esso lancia un acuto fischio e dall'alto del monte, suscitati da potenze diaboliche, si precipitano branchi di altri camosci selvaggi. Pre' Isep ha appena il tempo di puntare lo stilo della sua arma nella roccia e di aggrapparsi a quello per reggere. Poi, appena la furia infernale è passata, strappa il fucile, tanto saldo si è infisso lo stilo, e in preda al terrore scende al paese.
Dio ha punito la sua audacia; sconvolto dallo spavento, egli intristisce e muore in breve volger di tempo.
Su nella parete del Pizzo, là dove il vertiginoso cammino piega ad occidente, sta ancora infisso lo stilo del gran cacciatore.

IV° — ONORA IL PADRE E LA MADRE

Lo storpio

C'erano una volta nel paese alto un uomo e una donna, i molti figli dei quali erano tutti morti in tenera età, ad esclusione di uno, chiamato Giovanni. Era questi un ragazzo scioperato che si dava bel tempo e che si divertiva a far dispetti al suo prossimo: tagliuzzava di nascosto i bracciali alle gerle delle donne e se la godeva poi quando il carico crollava di spalla alle poverette; ingaggiava battaglie a sassate con i coetanei, incurante che qualcuna finisse in malo modo, come avvenne quando un ragazzo della Terra di sopra finì ucciso da una pietra lanciatagli da un altro, detto il Picin dei Montagnoi.
I genitori, dispiacciuti di aver per figlio un tale arnese, scesero un giorno all'ospedale e adottarono un bimbo trovatello, che aveva un viso dolce e carezzante. TI piccolo crebbe infatti savio e giudizioso, venne mandato nella città a imparar mestiere e ritornò buon calzolaio, e musicista per di più.
Giovanni, che frattanto non aveva cessato dal suo viver sciagurato, giungendo persino, in una lite, ad ammazzare a colpi di falcetto un uomo delle Terre del lago, salito sulla montagna a rubar legna da bruciare, fu preso da gelosia e detestò il padre che gli aveva preferito il figlio d'adozione.
Ora avvenne in quel tempo che il Crocefisso della confraternita del Santo Sacramento si rovinasse durante una processione; sì che fu necessario mandarlo a riparare. Giovanni si offerse di portarlo a Varenna, dove lavorava mi abile artigiano. Detto e fatto, si mise sulle spalle il sacro oggetto e scese lungo il sentiero che dalla Terra di sotto con duceva sino al lago.
Quando, a mezza via, fu giunto al gran dirupo che scoscende sul torrente, il disgraziato tolse il Crocefisso dalla spalla, lo drizzò in piedi e disse:
— Bada, o Cristo: se mentre resterai laggiù non mi farai morire il padre, quando tornerò a riprenderti ti butterò da questo masso!
Passarono i giorni senza che nulla accadesse. Ma ecco che mentre Giovanni tornava, pieno di rancore, dal riprendere il Crocefisso riparato, giunto al dirupo dove aveva pronunciato la minaccia blasfema, un piede gli mancò. Mentre il sacro legno, cadutogli di spalla, restava sul sentiero, egli prese a ruzzolare per la china e finì con un salto pauroso sul fondo del burrone.
Lo raccolsero a notte, assai malconcio; rimase a lungo fra vita e morte, sin che alla fine si salvò.
Ma da allora le sue gambe non poterono più reggerlo diritto nel cammino, sì che dovette servirsi sempre di un bastone per, andarsene attorno. La dura lezione gli fu però salutare: divenne buono e socievole; ai bambini raccontava l'avventura che lo aveva ridotto così, raccomandando loro di amar sempre i genitori.

La capretta smarrita

Non era cattivo il pastorello che la mattina raccoglieva le capre del paese per condurle ai pascoli della Val Grande; ma, come sempre succede a chi e giovane e inesperto, aveva il gran difetto di ridersene dei consigli dei vecchi genitori. Il padre ogni giorno gli andava raccomandando di non abbandonare mai il gregge affidatogli, che facile era smarrire qualche animale nelle forre del monte ; egli invece si allontanava sovente per andarsene a giocare con gli amici. La madre, dal suo canto, gli preparava con gran cura vesti e calzari; lui disprezzava ogni cosa e rideva quando ella dava indumenti benedetti contro il malanno.
Fu dato che un giorno di novembre il pastorello se ne andasse a pascere il suo gregge sui dossi del monte Cavedino, assai scoscesi. Già che vi era un tiepido sole che invitava a godere, il ragazzo, dopo un po' di esitazione, lasciò gli animali in custodia al cane e scese al vicino Agueglio a divertirsi coi compagni. Le ore trascorsero assai liete, ma la sera, quando egli tornò a raccogliere le capre, ebbe la triste sorpresa di trovar mancante la più bella. Atterrito dal pensiero di quel che ne sarebbe seguito, il poveretto condusse il gregge nel paese, e senza nulla dire tornò di corsa sulla montagna. Eccolo dunque vagare per dossi e burroni, lanciando inutilmente il suo richiamo. Passano le ore e la notte scende oscura; finalmente, dal fondo di un dirupo giunge il belato implorante della capretta. Il giovinetto scende, aggrappandosi alle rocce, la raggiunge e con gioia se la carica in ispalla. Ma mentre risale a gran fatica, ode levarsi dall'altra parte della valle una voce profonda e cavernosa: — Pesegh adoss!
Al che la capra risponde: — No poss, no poss: El g'aa la vesta filada N'i Tempor adoss!
Il pastorello comprende che sulle spalle porta il diavolo incarnato, e che lo fa salvo la veste filata dalla madre in giorni benedetti; butta lontano la capra e corre impaurito verso casa. Poco prima di giungervi, vede venirgli incontro i genitori che in grande apprensione erano usciti a ricercarlo; con loro è la vera capretta smarrita, trovata mentre da sola tornava all'ovile. Il ragazzo pentito si getta nelle braccia della madre e del padre, giurando di non disprezzare mai più i loro savi consigli.

V° - NON AMMAZZARE

Capocchie di chiodi

Vivevano nel paese alto, tanti e tanti anni or sono, due brutti figuri che traevano di che campare da furti e da rapine. Il peggiore di loro abitava nella Terra di sotto ed era chiamato Pedrala; l'altro, men cattivo e trascinato al male dal primo, aveva dimora nella Terra di sopra e veniva detto Mial.
Nella Valle in quei tempi la miseria era grande, sì che un bel giorno i due compari decisero di spingere le loro imprese più lontano, dove ci fosse da raccogliere bottino più grosso.
Detto e fatto, misero gli occhi addosso a un certo signore di Bellano, che per via dell'abito ricco che portava era soprannominato Marsinon dei Zamaria: si diceva che avesse assai quattrini e che li tenesse nascosti sotto il pagliericcio per tema che qualcuno li rubasse; era tanto avaro da vivere solo, per non pagare servi, e da lasciare che la casa andasse in malora per non spendere danaro a ripararla, tanto che persin la porta ne era sgangherata ed aveva un vasto buco. Da quello, in una notte di maltempo, entrarono i malandrini; sorpresa la vittima nel sonno, Pedrala la freddò con un colpo di doga sulla testa.
Mentre in una furia di lampi e di tuoni i due tornavano al paese con il sacchetto di monete rinvenuto sotto il letto della vittima, il delinquente furbacchione prese a dire al suo compagno che sarebbe forse stato bene nascondere il tesoro, onde evitare che la giustizia lo trovasse, se fosse venuta a cercarlo nelle abitazioni. Quello abboccò e propose di metterlo al sicuro nel bosco. Scelsero una pianta di faggio più grossa delle altre e lo seppellirono ai piedi di quella. Poi, giunti al paese, si separarono, giurandosi reciprocamente di star zitti e di ritrovarsi quando le acque si fossero quietate. Ma, appena l'altro fu scomparso, Pedrala tornò sui suoi passi, dissotterrò il sacco di monete, lo portò nel suo tugurio e lo nascose fra due travi, sotto il tetto.
Il giorno dopo, allorché la voce del delitto fu portata sulla montagna da gente che veniva da Bellano, Pedrala comparve con una gamba fasciata, zoppicante, dicendo di esser cadutola sera innanzi dalla scala e di aver passato una notte di dolore. Non solo, ma quando furono fatti i funerali scese al lago e seguì il feretro mostrando grande accoramento.
La giustizia intanto batteva i paesi dei dintorni, rastrellò i sospetti e tra essi il Miai, e li portò in prigione; Pedrala sfuggì per l'alibi creatosi.
I detenuti furono interrogati molte volte, ma il Mial se lai cavò sempre senza confessare e riuscì a farsi liberare. I due compari allora, decisero di andare nel bosco a riprendere il tesoro. Quando, dopo aver scavato più profondo che non fosse da pensare, fu chiaro che il sacco era stato trafugato, Pedrala si diede a piangere e a imprecare, sì che il compagno, oltre ad essere beffato, ebbe in sorte di dover consolare, quel doppio farabutto.
Passò del tempo; ma non troppo: dove l'uomo non arriva sempre giunge la giustizia del Signore. Prima che Pedrala potesse godere del mal tolto, lo prese una gran febbre. Messo nel letto, fu chiamato il sacerdote, ma il delinquente ogni volta che quello si faceva vicino, mostrava di dormire per evitar la confessione.
Venne la notte e fu una notte di tempesta. In un fragor di tuoni Pedrala passò all'altra vita. Vi fu chi vide, in quel momento, un gran globo di fuoco staccarsi dalla casa e perdersi lontano, giù per la valle che conduce alle cascate dei Mulini: era il Diavolo che si portava con se l'anima dannata.
Dice la tradizione che tale è la sorte di chi nella vita ha ucciso.
E poi continua così:
Come lo sciagurato venne seppellito, la gente entrò nel suo tugurio, raccolse e portò ogni cosa sulla piazza del paese. Tutti vennero allora dalle Terre, e ciascuno trovò quanto, ora oggi ed or domani, gli era evenuto a mancare per i furti dello sciagurato.
Del tesoro però, di cui per le mezze confessioni del MiaKera corsa quaL che voce, nulla più si seppe per gran tempo.
Sin che un giorno riapparve per finire in mano di povera gente che ne seppe trarre frutto.
Andò così:
L'uomo, al quale era passata la casa di Pedrala, stava un giorno; accomodandone il tetto mezzo diroccato, quando due donne dette le Buse, che passavano per la strada in quel momento, videro cader dall'alto un fagotto assai pesante. Chiamarono l'uomo. Quello scese, aprì un poco il grosso involto e subito capì di che cosa si trattasse. Disse, per stornar la curiosità delle donne: — Non è nulla: son capocchie di chiodi! - Raccolse, il tesoro e lo portò con se.
Racconta la gente sulla montagna che da quelle monete venne il benessere di molte famiglie; ma forse son fole. Certo è però che nel paese alto ancor oggi si dice: — E' una capocchia di chiodo! — quando, si vuole indicare una cosa di cui qualcuno vuol nascondere l'essenza vera.

VI° — NON COMMETTERE ATTI IMPURI

La lepre incantata

Si narra che molti secoli addietro vivesse sulla montagna un cacciatore il quale aveva una savia moglie e molti figli piccini; la famiglia era additata a modello nel paese alto per l'armonia che vi regnava. Ora accadde un triste giorno che l'uomo incontrasse una donna della vicina Terra del lago conosciuta per le sue arti di ammaliatrice.
Lo sciagurato fu preso da un insano amore per lei e tanto la passione lo sconvolse da fargli trascurare i suoi cari che dall'abbandono presto caddero nella miseria.
Sembrava che nulla ormai potesse più salvare dallo sfacelo la famiglia poco tempo innanzi guardata con ammirazione e con invidia dalla gente, quando uno strano fatto venne a ricondurre l'uomo traviato sulla giusta via.
Vagava egli una mattina per i monti alla ricerca di selvaggina, quando sul limitare dei prati alti di Mascedo una superba lepre bianca gli apparve. Pronto, il cacciatore imbraccia il fucile e preme il grilletto; ma il colpo non parte e il magnifico animale fugge nel bosco.
Per vari giorni il misterioso fatto si ripete. Alla fine l'uomo comprende che una magica arte sovrasta; chiede aiuto al Signore e segna la sua arma con il simbolo della Croce. La polvere finalmente si infiamma con uno schianto sinistro; la lepre si abbatte colpita e scompare allo sguardo.
Quando, più tardi, il cacciatore scende al lago, trova l'amante morta, con il petto squarciato da un colpo di arma da fuoco. Egli ha allora la percezione del suo errore, ringrazia Iddio di averlo salvato, e a memoria di tanto aiuto innalza, là dove il miracoloso fatto si è compiuto, il sacello a Cristo crocefisso che ancor oggi si ammira, bianco e slanciato contro l'oscura macchia del bosco di Mascedo.

VII° — NON RUBARE

La divina Compagna

In tempi remoti, quando la miseria avviliva i popoli delle nostre vallate, e giustizia era una parola vana, correvano per le Terre ladroni e banditi. Sì che male sarebbe incolto a chi avesse osato praticare le strade nottetempo. Di conseguenza era uso muoversi da paese a paese in numerose compagnie, per incutere timore ai malintenzionati.
Ora avvenne che in occasione di un mercato grande a Bellano molta gente dei paese alto scendesse in quel borgo per acquisti, già che ciascuno poteva irarvi quanto gli confacesse per il vicino inverno, durante il quale l'isolamento sarebbe stato pressocchè completo. A sera, dopo la faticosa giornata, il gruppo prese la via del ritorno lungo il sentiero che attraverso la Terra di Gittana conduce sulla montagna.
Tutti erano carichi assai e procedevano lentamente; eppure una anziana donna che era fra di essi, vuoi per l'età vuoi per l'eccessivo peso della gerla in cui portava cibi e arnesi per la numerosa famiglia, andò distanziandosi dalla comitiva, sin che si trovò affatto sola. Nessuno si era accorto di lei e così ella avrebbe ormai dovuto percorrere la ancor lunga via abbandonata incline a qualsiasi offesa.
Si era fatto buio intanto, e la notte era senza luna. La poveretta cominciò a tremare; camminava faticosamente e pregava. Giunse là dove sorgeva una mitica cappella dedicata a Nostra Signora delle Acque; dopo di quella il sentiero sarebbe entrato nella selvaggia vallata dove nessun aiuto era più da sperarsi. La donna appoggiò la gerla al dosso del monte, si inginocchiò e implorò soccorso alla Vergine.
Nel sollevarsi, le parve di provare una inattesa tranquillità; caricò di nuovo la gerla sulle spalle e riprese il cammino. Dopo pochi passi ebbe la sensazione che qualcuno la seguisse; si volse : dal sacello usciva allora una figura luminosa, nella quale la donna riconobbe Nostra Signora; aveva abiti bellissimi e un dolce viso; accennò con una mano indicando di proseguire. E la poveretta continua il cammino con la divina Compagna; a tratti si ferma a guardarla e ogni volta ne riceve conforto.
Arriva alfine nel più profondo vallone; ed ecco, ad una svolta, alcuni figuri, appiattati sul lato della via, levarle contro gli archibugi. Ma dietro di lei appare la luminosa figura. I banditi, fulminati dalla visione, cadono in terra, mentre la donna prosegue sicura, verso il paese ormai vicino.
Il peso della gerla le sembra divenuto più lieve; le forze, anziché scemare, la sostengono sempre più nell'ultima fatica. Giunge finalmente poco lontano dalle prime case, dove sorge una cappella votiva; l'ha appena superata, quando, volgendosi, vede Nostra Signora sorriderle ancor più dolcemente, farle un cenno di saluto, e scomparire nel sacello.
L'indomani, i ladroni vengono trovati morti sulla via.

VIII° — NON DIR FALSA TESTIMONIANZA

II viale della Croce

Tra la gente del paese alto e quella della confinante Terra del lago esisteva da secoli una inguaribile contesa, che, sopita volta a volta da solenni accordi, nuovamente divampava quando le difficoltà economiche spingevano gli uomini di giù verso i ricchi lariceti e i vasti pascoli della Valle del Monte, che orografia e tradizione dicevano beni degli Esinesi. Allora tutto era ragione di lite, persino quanto nel momento delle riappacificazioni era stato di queste il simbolo maggiore. La chiesetta di Santo Pietro ad Ortanella, ad esempio, eretta attorno al mille sul confine tra le due Terre per voto comune dopo un accordo, divenne più tardi causa di urto tra le due popolazioni, ciascuna delle quali ne pretendeva il possesso!
L'ultimo grande contrasto, forse il più violento, si accese all'inizio del secolo scorso. E durò molti anni, durante i quali non infrequenti furono le zuffe sulla montagna, talora con tragico epilogo, che arrossarono di sangue la terra contesa. Alla fine la questione fu devoluta ai magistrati austriaci. Gli antichi documenti, gli atti notarili che dal mille in su avevano segnato le molte riconciliazioni, vennero esumati dagli archivi. Fu proprio allora che la gente del lago, a detta della tradizione, disse la falsa testimonianza che solo dopo un secolo quelli della montagna hanno saputo perdonare. Stava scritto su una vetustissima carta che il confine era segnato da una grotta in una rupe; ora tutti sapevano come tale spelonca fosse il cosiddetto "Crottone" esistente nel crinale tra il lago e la valle del Monte; ebbene, gli uomini di giù sostennero invece che fosse la "Canova", altra caverna trovantesi molto più in basso, allo sbocco della valle nella Grande Ripa. Violenta fu la contesa davanti ai giudici, mentre sulla montagna le risse si intensificavano. Il verdetto giunse alla fine, e fu salomonico: divise tra le due Comunità il territorio disputato.
Quei di Esino si addolorarono assai per la perdita dei lariceti alti e dei bei pascoli meridionali del monte Croce, ma avvenne presto un fatto che fece loro dire che il Signore non attende il sabato a punire chi trasgredisce la legge. Narra infatti la tradizione che un violento colera si abbatté in quell'anno sovra le Terre del lago e vi fece moltissime vittime. Sulla montagna se ne temeva il contagio; eppure il morbo passò senza neppure sfiorare il paese alto.
Gli Esinesi vollero ringraziare Iddio elevando in suo onore le cappelle della Via Crucis che oggi fanno del viale alla Chiesa un'attrattiva di affascinante bellezza.

IX° — NON DESIDERARE LA DONNA D'ALTRI

La buona amicizia

Era consuetudine un tempo che gli uomini giovani andassero a lavorare da boscaioli nelle Terre di Valtellina. Avvenne una volta che due di loro, dopo esser vissuti lunghi anni insieme su quelle montagne ed essersi giurata amicizia eterna, tornassero definitivamente nel paese alto a godersi il denaro guadagnato.
Il più posato, dopò non molto, tolse per moglie una bella e brava giovane, e mise su casa nella Terra di sopra. L'altro lo visitava ogni giorno e passava le serate con lui; dagli oggi e dagli domani, gli accadde alla fine di innamorarsi della sposa dell'amico; si diede a corteggiarla: l'occasione, si sa, invoglia l'uomo a rubare.
Nei paesi ogni gesto e financo ogni pensiero difficilmente passano inosservati; fu così che voci malvage cominciarono presto a correre attorno, e giunsero anche all'orecchio del giovane marito.
Questi però, fedele all'amicizia, pensò di scongiurare il pericolo in un modo assai curioso: prese a bastonar la sua donna ogni mattina, prima di andarsene da casa. La poveretta gli chiedeva piangendo di qual mai colpa la volesse punire.
Lui rispondeva: — Soo mi quell che foo!
La gente non andò molto ad accorgersi che ella intristiva, ne seppe la ragione e ne mormorò. L'innamorato più di ogni altro si indignò ed affrontò l'amico, chiedendogli ragione del suo indegno agire. Quello lo stette ad ascoltare, rimase un poco sovrapensiero, poi gli sorrise e disse: - Soo mi quell che foo! e si allontanò.
L'altro comprese, si accorse che toccava a lui di vergognarsi per aver desiderato la moglie dell'amico.

X° - NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI

II caldaro di gnocchi (1)

Quando durante gli afosi meriggi dell'estate, mentre i greggi abbandonalo il pascolo troppo battuto dal sole si attardano all'ombra dei faggi, i pastori di Valsassina guardano verso l'alto, dove sopra il bosco di larici verdeggia ancor tenera l'erba del Moncodeno, pensano con nostalgia che quel sito venne perduto per colpa di un caldaro di gnocchi o forse di una partita alla palla perduta. Ma la gente del paese alto, che possiede oggi quell'alpe, dice invece che gli uomini di Cortenova avevano desiderato roba non loro e quindi fu giusto il destino a condurre le cose come in effetti avvennero.
Da lontanissimi tempi tra Esino e Cortenova vi era contesa attorno ai boschi e ai pascoli della Grigna; ma tale contesa, forse perchè interessava la gente della Terra di sopra, più duttile e nieno tenace nelle inimicizie, non era mai esplosa in liti violente; anzi, era giunta a un compromesso per cui le due popolazioni si eran fatte reciproche concessioni, rimandando a tempi migliori la risoluzione della vertenza.
Quando accadde un giorno che quei di Valsassina si trovassero in difficoltà per una carestia e che chiedessero al paese alto un prestito di denaro. Fu accordato che la somma sarebbe stata restituita l'ultimo giorno dell'anno successivo; per garanzia gli uomini di Cortenova mettevano la rinuncia a tutte le loro pretese sull'Alpe e sul bosco del Moncodeno.
Passarono i mesi, il benessere tornò in valle di Proverna e, puntuali, i contraenti salirono ad Esino nel giorno di S. Silvestro per restituire la somma. I montanari li accolsero con festa e quando quelli fecero per pagare, risposero che vi era tempo e che prima era il caso di divertirsi un poco e di consumare in allegria una buona refezione. Detto e fatto, nella piazzetta di Santo Antonio fu condotta una memorabile partita, con la palletta, come usa da secoli nei paesi della Valsassina. Quando a sera, il gioco si concluse, la vittoria era dei montanari.
Intanto, le donne avevano preparato un grande caldaro di gnocchi. La cena durò a lungo, e fu innaffiata da buon vino; l'allegria regnava tra i commensali. Venne la notte e ancora continuò lo scambio di cortesie; mai si era data tanta cordialità. Alla fine quelli di Cortenova ricordarono che eran venuti per rendere la somma avuta e chiesero di poterla consegnare. Ma gli Esinesi di rimando fecero notare che la mezzanotte da un pezzo era passata e che secondo gli accordi il pagamento doveva essere fatto l'anno prima.
Fu così che ogni pretesa dell'Alpe di Moncodeno fu lasciata per sempre dalla gente di Valsassina che aveva invano desiderato terra che non le spettava.

(1) Di questa leggenda si parla anche in un documento del 1500.