Quando la legna del bosco era ancora una ricchezza
Pietro Pensa, Quando la legna del bosco era ancora una ricchezza in L'Ordine, 30.3.1979.
Le aree boschive erano divise in focolari e comunali - I danni provocati dalle capre, «bestie della miseria» - La storia di un delitto quasi perfetto e del detto «capei de ciòo»
Sempre di quei luoghi raccontano un'altra storia ancora, ed è forse la leggenda più poetica che raccolsi nelle nostre vallate; si riferisce alle lotte di confine per il possesso dei pascoli, a cui ho accennato e di cui ancora più avanti parlerò. I Bregai sono un altipiano tutto anfratti, chiuso tra le creste della Piancaformia e quelle del Palone. A decine, le doline si inabissano lassù, quasi pozzi verticali. Nell'estate, l'acqua che scroscia durante i temporali vi si incanala; nell'inverno si riempiono di neve ed allora il terreno si pareggia. Provai, da giovinetto, a scender con la corda giù per quelle buche; ora gli speleologi ne hanno fatta una sistematica scoperta; in una buca sono scesi in verticale per ben 300 metri ma, in profondità, blocchi di ghiaccio fossile precludono il passaggio; vi si infila solo l'acqua e la leggenda dice che vi abbia origine il Fiumelatte; è una storia che parla di un monaco che lasciò cadere la sua zoccola in uno di quei buchi, e quella zoccola riapparve poi nelle acque spumeggianti che escono alterne a meridione di Varenna.
Ora, dunque, accadeva, e casi del genere eran frequenti più che mai, che i pastori, quando l'erba era più scarsa, trasbordassero in territorio non di loro competenza. Ebbene, quelli dei Vallori avevano preso a passare con le pecore dalla parte del Moncodeno per godere l'erba ancor buona del Palone. Gli altri, da questa banda, si eran risentiti e le zuffe non avevano mai fine. Come sempre accade nelle storie antiche, così era successo pur qui che una ragazza dell'alpe dei Vallori aveva preso ad intendersela con un giovane del Moncodeno. I due si ritrovavan di nascosto, allo Zapel, sotto le pareti della Pieve, verso sera e parlavano d'amore. Se non che, fattisi accorti, i parenti di lei appostarono un giorno il povero pastore e lo finirono a sassate. La fanciulla, in preda alla disperazione, salì sulla montagna, piangendo il perduto amore. Dicon che là dove cadevano le lacrime crescevano roseti: ancor oggi, infatti, quando giunge l'estate sin lassù, tutti i Bregai si infiorano di rododendri e sembra uno splendido giardino. Poi la ragazza, scese nelle buche e dicon che ancora cerca il suo amore nelle viscere del monte: le lacrime che le sgorgano dagli occhi gelan sulle rocce e i vecchi assicurano che lo splendido ghiaccio cristallino che tappezza la Ghiacciaia del Moncodeno, che pure Leonardo visitò, è il pianto della fanciulla disperata.
Se pur meno appariscente delle altre, altrettanto importante nella vita della gente della montagna fu sempre l'attività dello sfruttamento del legname: con i beni comuni dei pascoli e delle acque, quello dei boschi fu infatti uno dei pilastri dell'economia del Lario. Purtroppo, ancora oggi, nonostante la silenziosa e preziosa opera del Corpo Forestale, i nostri boschi sono fortemente degradati, anche se ormai coprono ogni versante di monte ed hanno cancellato le vaste frane che ne ferivano il manto in tempi non lontani. Molti e molti secoli fa, a quanto mi fu dato di assodare dall'esame dei copiosi rogiti notarili, e voglio riferirmi alla fine del medioevo, assai estesi erano i boschi d'alto fusto, di conifere e di faggi grossi. Poi, la sempre maggiore richiesta di carbone per gli altiforni, suscitata dalle necessità industriali di Milano che, tra l'altro, aveva perduto i ricchi territori ferrieri bresciani e bergamaschi, portò a indiscriminate devastazioni, che solo nel tardo 1700 il saggio governo austriaco cominciò a frenare.
I boschi, dunque, bene comune e da tempi preromani, rispettati in tale forma da ogni dominatore, si mantennero comunali sino ai nostri giorni, nonostante che la politica dell'Austria, ispirata ai concetti del miglior uso da parte dei privati, ne intaccasse la forma, con alienazioni o con concessioni a privati sotto forma enfiteutica di livelli. Le vicinanze dividevano in due parti le aree boschive: una, la più comoda e prossima ai villaggi, denominata buscch fugular, bosco focolare, era suddivisa in pari, o lotti, distribuiti ai fuochi per i fabbisogni familiari.
Molte norme, il cui esame sarebbe, come già per i pascoli, assai indicativo della mentalità della nostra gente, disciplinavano sia la suddivisione che l'uso. Ad esempio, quasi sempre chi aveva un figlio maschio aveva diritto a una superficie maggiore, che gli era diminuita quando il figlio si staccava dalla famiglia. Dato, poi, che certe zone erano più ricche di alberi di altre, era frequente il caso che a una famiglia toccasse una part in una determinata località, una seconda in altra: dal che, suddivisioni a non finire che portavano notevoli difficoltà alla gestione. Ogni comune nominava i suoi esperti, incaricati di disciplinare la materia e di sciogliere le contestazioni, così come nominava proprie guardie per ottenere l'osservanza alle regole di conduzione. Queste, erano, per i boschi focolari, il taglio a scelta o a sterzo: si dovevano cioè recidere solo gli alberi che avessero un diametro superiore a un dato valore, in modo da non spogliare mai il bosco e di garantire una crescita regolare. Il fatto, d'altronde, che sempre la stessa part passava nella famiglia da generazione in generazione, dandole un valore pratico, se non giuridico, di proprietà privata, fece sempre sì che tali sagge leggi fossero rispettate.
Ben diversa era la destinazione dei boschi posti a maggior elevazione, un tempo ad alto fusto, detti semplicemente comunali. Essi, infatti, non rappresentavano più un godimento diretto dei vicini, ma la loro affittanza era rivolta a procurare le entrate destinate a pagare le taglie comunali: per taglia si intendono i tributi richiesti dallo Stato, tributi che, se un tempo erano stati disciplinati da una certa normativa, sotto gli spagnoli erano diventati insopportabili. Ne profittavano i trafficanti che, presi in affitto i boschi per poca moneta, li tagliavano indiscriminatamente, provocando alluvioni e frane. Tali speculatori furono quasi sempre i proprietari di miniere e di forni.
L'estrema povertà che soprattutto sotto l'esosa prepotenza spagnola afflisse tutto il territorio lariano, condusse poi a moltiplicare le capre, bestie, come si disse, della miseria. Peggio che le cavallette, tali animali, condotti soprattutto nei luoghi aperti e spogli di bosco, mangiavano i virgulti nascenti e impedivano quindi il ricrescere degli alberi. Benché l'Austria cercasse di intervenire nel 1700 per frenare la diffusione, rimasero uno dei principali nemici del ricrearsi del bosco per tutto il secolo scorso, e ancora durante la mia fanciullezza provocavano disastri. Dopo l'ultima guerra, la capra quasi scomparve; il bosco ne avvantaggiò fortemente ed ora che si è irrobustito un parziale ritorno degli animali, tenuti più che altro per avere i formaggini e per mangiare i capretti, sta dimostrandosi utile alla pulizia del sottobosco, non più curata dall'uomo.
Gli imprenditori che affittavano i boschi comunali ricorrevano, naturalmente, alla mano d'opera locale, che lavorava a mercede assai bassa, arricchendoli. Ne nasceva uno stato di acredine che, in forme sommarie, anticipò sovente le future lotte di classe! Più di un documento ho trovato, del 1600, di misteriose uccisioni. Di una, poi, accaduta un secolo e mezzo fa, ho sentito tante volte raccontare, e la narrerò pure io. Le versioni, in verità, ì furono due: una data per vera nel borgo della riva, l'altra, la reale, sussurrata appena sulla montagna. In un borgo del lago, dunque, viveva un riccone che la gente chiamava il Marsinon, perchè se ne andava sempre attorno con una gran marsina nera. Tanto era ricco, altrettanto era avaro; viveva solo in una sua casa posta un poco sopra il lago e, per non spendere, non teneva neppure una donna che gli preparasse il cibo. La gente diceva che non si fidava di nessuno e che teneva i marenghi in un sacco sotto il materasso proprio come gli avari delle storie popolari. Un bel giorno il vecchio prese affitto da un comune della valle sovrastante un gran bosco e per tagliarlo chiamò gente di un villaggio montano afflitto da gran miseria, cosicché la paga venne concordata per un valore da fame. È bene che quell'anno fu tempo di carestia: crebbero i prezzi a dismisura e i montanari che tagliavano il bosco chiesero un aumento per comprare di che sfamarsi, fuor di casa come vivevano. Il Marsinon, manco a dirlo, non ne volle sapere e minacciò di chiamar gli agenti - era l'Austria che allora comandava - per far rispettare il contratto. I boscaioli continuarono nel lavoro, ma, come si può immaginare, si lamentavano attorno e fantasticavano di scendere di notte a prendersi di forza i marenghi del vecchio avaro.
È bene che nel loro paese vivevano due brutti figuri che traevan da campare da furti e rapine. Il peggiore lo chiamavano Pedrala, l'altro, men cattivo e più che altro trascinato al male dal primo, aveva il soprannome di Miai. Detto fatto, Pedrala, convinto che i propositi manifestati dai boscaioli nelle osterie l'avrebbero coperto sviando ogni sospetto, decise di tentare il colpo. Chiamò il Miai, attese che venisse una notte di tempesta e scese sul lago per l'impresa. La casa del Marsinon era circondata da un gran muro. Il Miai, più giovane ed agile, lo scalò, tirò, tirò su Pedrala ed ambedue scesero nel cortile. Qui vi era una botte sfasciata; Pedrala prese una dola e, guidato dal russare del vecchio, ne raggiunse la camera e con un gran colpo sulla testa lo freddò nel sonno.
Mentre in una furia di lampi e di tuoni i due tornavano al paese con il sacchetto di monete rinvenuto sotto il letto, il delinquente furbacchione disse al compagno che sarebbe stato bene nascondere il tesoro per evitare che la giustizia lo trovasse se fosse venuta a perquisire le loro abitazioni. L'altro abboccò e propose di metterlo al sicuro nel bosco. Scelsero un faggio più grosso degli altri e seppellirono il sacco ai suoi piedi. Giunti al paese, i due si separarono, giurandosi reciprocamente di star zitti e di ritrovarsi quando le acque si fossero quietate. Appena l'altro fu lontano, Pedrala tornò sui suoi passi, dissotterrò il sacco di monete, lo portò nella sua casa e lo nascose tra due travi, sotto il tetto.
Il giorno dopo, allorché la voce del delitto fu portata nel paese da gente che veniva dalla riva, Pedrala comparve ad ascoltare la notizia con una gamba fasciata, zoppicante, dicendo di essere caduto il giorno innanzi dalla scala e di aver passato una notte di dolori. Non solo, ma quando il giorno dopo si fecero i funerali del Marsinon, scese al lago, sempre zoppicando, con chi conosceva il vecchio e seguì il feretro mostrando un grande accoramento. La giustizia, intanto, batteva ogni paese, rastrellando i sospetti, primi fra tutti i boscaioli che avevan raccontato attorno di voler impossessarsi dei soldi del defunto. Pedrala, manco a dirlo, in grazia dell'alibi creatosi con la gamba zoppicante, non fu preso. I detenuti vennero interrogati molte volte, ma alla fine furon tutti liberati. Non se ne fece più nulla, ma nel borgo e sulla riva rimase la convinzione che fossero proprio stati i boscaioli a compiere il delitto.
Smorzatasi la burrasca, i due compari decisero di andare nel bosco a riprendere il tesoro. Quando, dopo aver scavato più profondo che non fosse di ragione, fu chiaro che il sacco era stato trafugato, Pedrala si diede a piangere e a imprecare, cosicché il compagno, oltre ad essere beffato, si ebbe in sorte di dover consolare quel doppio farabutto. Passò del tempo, ma non troppo, perchè dove l'uomo non arriva, giunge sempre la giustizia del Signore. Prima che Pedrala potesse godere del maltolto, lo prese una gran febbre: messosi nel letto, fu chiamato il sacerdote, ma il delinquente, ogni volta che quello gli si faceva vicino a confessarlo, mostrava di dormire per evitare di dire le sue colpe. Venne la notte e fu una notte di tempesta. In un fragor di tuoni dicon che Pedrala passò all'altra vita e vi fu anche chi vide in quel momento un gran globo di fuoco staccarsi dalla casa e perdersi lontano, giù per la valle che conduce verso il lago; era il diavolo che portava con sé quell'anima dannata. Come lo sciagurato venne seppellito, e la gente disse poi che i parenti avevan messo nella cassa un gran ciocco di legno, perchè il corpo pur quello se l'era portato via il demonio, la gente entrò nella sua casa e portò nella piazza del paese tutti gli oggetti che lui s'era rubati e nascosti un poco dappertutto: ciascuno trovò quanto, ora oggi e or domani, gli era venuto a mancare per i furti di quello sciagurato.
Del tesoro, però, di cui per le mezze parole dette dal Miai a questo e a quello era corsa qualche voce, nulla si seppe per gran tempo. Sin che un giorno, l'uomo al quale era passata in eredità la casa di Pedrala si mise ad aggiustare il tetto mezzo diroccato; ad un tratto due donne, dette Duse, che passavan per la strada in quel momento, videro cader dall'alto un fagotto assai pesante. Chiamarono l'uomo; quello scese, aprì il grosso involto e subito capì di che cosa si trattasse. Disse, per stornar la curiosità delle due donne: «Non è nulla, son capocchie di chiodi solamente». Raccolse il tesoro e se lo portò con sé. Raccontò poi la gente del villaggio che da quelle monete venne il benessere di una famiglia, assai povera prima, che comperò poi molti terreni. Forse son fole, ma quando lassù si voleva indicare una cosa di cui qualcuno nascondeva la vera essenza si diceva «capei de ciòo!».