Il diavolo di casa nostra

Centro di documentazione e informazione dell'Ecomuseo delle Grigne

Pietro Pensa, Il diavolo di casa nostra in Broletto, n. 13 (1988), pp. 12-21.

Nelle vallate dell'Alto Lago, in Valsassina e in Valtellina sopravvivono ancora antiche leggende che testimoniano la presenza del Maligno nel nostro territorio

Ai nostri territori, fluviali e lacuali dell'Adda, il Diavolo prese, nella sua iconografia, contorni precisi solamente con la stregoneria, di cui esporrò più avanti. Nella tradizione più antica, pur sempre cristiana, già che nulla conosciamo sull'argomento nel corso delle presenze romane e preromane, al Diavolo sono legate le località più misteriorse della natura.

Così è per il "ponte del Diavolo" nell'alta Valtellina, sul fiume in quella paurosa stretta della valle che bene si chiama Serravalle, un tempo fortificata. Quel paesaggio, con suggestivi scorci, richiama i nomi di Morignone, scomparso sotto le acque del lago di Pola, di San Bartolomeo dalla chiesetta che si erge a m 1271 di elevazione sul promontorio che la protesse. Mutato oggi profondamente dalla tragedia dell'estate 1987, si sono perse le leggende del ponte del Diavolo, sul quale, gettato tra due potenti spalle che la credenza popolare affermava costruite in una sola notte dal demonio, la via valeriana di un tempo transitava dalla destra alla sinistra dell'Adda, a meridione del torrente Presure. Di quelle molte leggende la più nota legava il Diavolo all'astuto San Bartolomeo che lo aveva beffato passando il ponte da lui custodito.

Altra tradizione in una simile località, pur nel suo piccolo assai suggestiva, unisce la figura del Diavolo a quella di San Martino in Valsassina.

Lungo la mulattiera che da Introbio sale alle cascine della pineta di Mezzacca sulla destra orografica del torrente Acquaduro, si leva un roccione in cui sembrano impresse le costole di una figura umana: ancor oggi vengono chiamate "Cost de San Martin".

Raccontano che quel santo, mettendo come posta le anime degli Introbiesi, facesse una volta scommessa col Diavolo di chi dei due sarebbe riuscito con un balzo dalla vetta del Monte The a raggiungere il versante opposto della valle. San Martino saltò per primo e tale fu l'impeto che finì col battere contro la montagna, lasciandovi impresso il segno del costato. Il Diavolo, invece, non riuscì a superare il tragitto e precipitò in verticale, cadendo sul letto del torrente e aprendovi un baratro che i locali chiamarono poi "Puzz d'ol diavul", vera e propria marmitta dei giganti.

Sempre in Valsassina, prendendo come scenario il ponte di Chiuso in una stretta della valle, si narra che un tale malvagio quanti altri mai, ma tanto impostore da esere ritenuto uomo dabbene, era morto a Pasturo. La sua salma era stata seppellita nel cimitero del villaggio; il giorno seguente, però, il becchino, trovò la bara fuori dal tumulo; stupito dal fatto, la risotterrò, ma il caso tornò a ripetersi. Avvertito, il parroco, dopo aver raccomandato il silenzio sull'accaduto, andò di notte al cimitero con quattro uomini robusti e fidati. Li lasciò fuori dal cancello ed avanzò da solo nel camposanto. Buon esorcista, scongiurò il morto con strano linguaggio, favellando a lungo con lui e richiedendogli alla fine dove avsse dovuto condurlo. "Alla Spinera", rispose l'anima in pena, assicurando che non avrebbe fatto alcun male ai portatori purché non sì voltassero indietro durante il ritorno.

I quattro uomini si caricarono la bara sulle spalle e si misero in cammino verso il luogo indicato, che si trova alla base del Pizzo Angelone. Senonché, attraversato il ponte di Chiuso e, svoltati a destra verso Barzio, sentendosi alleggerire le spalle essi compresero che il morto era scomparso. Il parroco, che li seguiva, li invitò allora a ritornare. Mentre procedevano verso il paese si udirono venir dalla Spinera alti lamenti, nefande bestemmie, frastuoni e invocazioni disperate. Uno dei quattro non seppe resistere alla curiosità e si volse; gli apparve una scena infernale: un incendio avviluppava la Spinera e le balze inferiori dell'Angelone. In quelle vampe il morto veniva sospinto verso la cima del monte da una folla di diavoli furibondi che lo andavano tormentando.

Si racconta che il povero portatore morì di spavento tre giorni dopo la terrificante visione, per non aver rispettato il volere del trapassato.

Certi aspetti anormali della natura diedero motivo a leggende diaboliche. Così avvenne per i Trovanti, la cui presenza, però, è più legata ai santi, alla Madonna e allo stesso Salvatore, che al demonio.

Le montagne valsassinesi sulla sinistra del Pioverna sono calcaree, contattano però alla base strati sedimentari di origine più antica, terrestre e di palude. Dal ponte di Chiuso, verso Tartavalle corrono filoni di puddinga rossa o verrucano. Un grosso frammento, staccatosi nel Quaternario, giace erratico nel territorio di Baiedo, portato dal ghiacciaio sulle dolomie della Grigna.

Narrano che un brav'uomo stesse raccogliendo castagne in quei dintorni quando gli apparve il Diavolo sotto le spoglie di viandante, cercando di circuirlo con mille offerte per farsi cedere l'anima, giungendo persino a chiedergli di porre lui stesso le condizioni.

"Ebbene, - rispose alla fine l'uomo, stanco di vederselo d'attorno: - ti cederò l'anima quando avrai portato questo sasso sino in cima alla Grigna!". Rideva, certo che fosse impossibile soddisfare quell'assurda richiesta e che il viandante avrebbe cessato di tormentarlo.

Il Diavolo, invece, non si fece ripetere due volte la domanda: appoggiò la schiena contro lo scoglio, lo sollevò senza sforzo e si diresse versoì'alto a rapido passo. L'uomo solo allora comprese con chi aveva a che fare e impallidì, disperandosi della propria leggerezza che gli stava costando la dannazione. Senonché, essendo il giorno vicino al suo termine, d'improvviso la campana di Baiedo prese a suonare l'Ave Maria. Il Demonio, al rintocco fatale, abbandonò il carico e fuggì, perdendo la scommessa. Il macigno è ancora visibile in località Alghero; i vecchi lo chiamavano "Corna del pecà" e vi indicavano alcuni segni affermando che fossero le impronte delle zampe del Maledetto che trattenevano il carico durante il trasporto.

Gli "spiriti"

Venivano detti "spiriti" dei fantasmi, avanzi di antiche credenze popolari, reminiscenze del culto di divinità pagane, in cui si personificavano con la immaginazione forze e fenomeni della natura. Il cristianesimo li tramutò in demoni e in anime perdute per i loro peccati, che non trovano riposo nell'aldilà. Su quella scia, li indicò come fantasmi condannati a rotolare massi sui dirupi delle valli.

La gente della Val di Togno sopra Sondrio li individuava come anime di ustirai che avevano dissanguato i poveretti; in apparizioni notturne ai trivi delle strade quei di Boffetto vedevano preti malvagi condannati ad oziare per le strade; al Albosaggia si pensava che fosse l'anima del cattivo frate Ciroli, come ricorda un manoscritto inedito del 1700, a spegnere la candela di un religioso intento a leggere e a recitare orazioni sul sagrato della chiesa di quel villaggio.

Mentre, come tramanda Giuseppe Arrigoni storico valsassinese, la tradizione affermava che fossero anime dannate di pastori che avevano trascurato i doveri delle festività a suscitare i sibili che nei giorni di tormenta il vento leva soffiando tra le immani rupi del passo dello Zapel della Grigna, analoga credenza forse la più paurosa , è quella diffusa nelle valli del Lario e nella bassa Valtellina sulla "caccia selvatica".

Era, tale fantasia, forse di remotissima origine pagana accolta dai sacerdoti i quali affermavano trattarsi dei cacciatori che nei giorni di domenica avevano trasgredito agli obblighi religiosi e dopo morti erano stati condannati a vagare senza pace nei luoghi del loro peccato, una cavalcata orrenda di spiriti dannati che si levava improvvisa nelle notti senza luna, percorrendo in fulminea corsa i sentieri, scavalcando d'un balzo torrenti e valloni sino a perdersi lontano, nelle forre dei monti più alti; uno scalpitar di destrieri, guaire di cani, urla di mostri, grida d'angoscia rompevano allora il silenzio delle valli.

A questa leggenda, che si raccontava sottovoce per non evocarla, erano legati lugubri racconti minori. Si favoleggiava che la caccia selvatica si avvicinasse sovente alle cascine montane dove qualcuno teneva la mandria: chi vi stava si chiudeva allora al riparo e dicono che udisse voci umane con lugubri accenti sfidare Iddio, profetando sventure agli uomini, mentre terribili segni rimanevano di quella sinistra presenza.

Una volta, udendo passare la famosa "caccia", una donna per la curiosità, nonostante che gli altri la dissuadessero, si era affacciata alla porta gridando:

Casciadur de la bona cascia
demm un pu' de la vosa fugasela!

Cacciatori della buona caccia datemi un po' della vostra focaccia!

Apparvero allora, appese alla porta, membra umane sanguinanti; fu necessario chiamare il sacerdote che, benedicendole, le fece scomparire. La donna, tuttavia, morì di spavento. 1 malintenzionati, i delinquenti, approffittavano di tante paure per compiere nottetempo i loro misfatti e correva perciò voce che gli uomini della "caccia selvatica" imponessero sovente tangenti di denaro, impedissero matrimoni, prevaricassero in ogni modo.

I confinati

La figura del Diavolo era legata nel pensiero della nostra gente, forse per retaggio delle credenze pagane sull'Ade, luogo sotterraneo triste e buio dove soggiornano i morti a quella dei defunti. Accanto a chi cerca pace nell'aldilà vi sono infatti nella convinzione popolare anche coloro che per i loro peccati non trovano requie.

La leggenda, che dal Bormiese echeggiava sino alla Grigna, diceva che dopo la morte chi aveva condotto una vita sbagliata vagava nei luoghi dove aveva peccato e che allora il prete doveva esorcizzarlo e "confinarlo" sulla montagna, nei siti paurosi, ricchi di pietre divelte dai ghiacciai.

Glicerio Longa di Livigno, maestro elementare attento alle tradizioni, nel 1912 ricordava come, secondo gli anziani del luogo, dei vecchi bormini fossero confinati nella Valle dei Vitelli che scende dalla vedretta sotto il monte Cristallo, paurosa per le marmitte dei giganti, e nel Piano d'Asta presso la TV Cantonera. Scriveva anche come Pietro Bormolin detto Tarchita, di 93 anni, lo assicurasse di aver udito lui stesso i confinati picchiare senza posa nella Valle dei Vitelli nel 1848, mentre, con dodici compagni forniti di corde, conducevano turisti sui ghiacciai dello Stelvio.

Sempre il Longa nel 1912 precisava che Marco Granaroli, un capraio novantenne, gli diceva con profonda convinzione che due confinati in Val d'Uzza, ripidissima valle che dal monte Areit scende al torrente Fridolfo di Valfurva, cavavano oro e che lui, salito alla cava di gesso a Mofé, vi trovò una mazza molto pesante, che mentre cercava di prenderla sentì una voce misteriosa intimargli di lasciarla e che, ritornato il giorno dopo per caricarla, quella era scomparsa.

Ancora il Longa racconta la credenza che gli eretici, confinati in luogo orrido sino al Giudizio Universale, si reincarnassero nel corpo di un maiale, di un cavallo, di un cane o di un orso, vagabondi sulla montagna.

Dall'alta Valtellina la leggenda dei confinati rimbalzò alla Val Togno, di cui ho in precedenza scritto, e da lì all'alto lago occidentale. Sui monti che lo sovrastano a settembre gli alpeggi venivano "scaricati"; i pascoli alti diventavano allora deserti, vi si avventuravano soltanto i cacciatori sino che la neve non fosse scesa tanto abbondante da impedire il passaggio; anche quelli, tuttavia, in ottobre non si sarebbero azzardati a trascorrere la notte nelle baite abbandonate, di cui già avevano preso possesso gli "scongiurati". Particolarmente là dove grandi macereti rendono lugubre ed orrido il paesaggio, quelle povere anime trascorrevano il loro tempo.

Gli alpeggi di Camedo, nell'alta Valle del Uro, sono sovrastati da impervie giogaie che culminano nel Monte Cardinello. Costituiti da una serie di piccoli mottoni con frequenti aree pianeggianti, delimitati in basso da un bosco di faggi che scende sin sopra la valle del Fiumetto affluente del Liro, dicono che soprattutto là venissero esorcizzate le anime dannate. Dietro a una prima alpe vi sono mucchi di sassi. Assicuravano che vennero rotti così dai dannati con l'aiuto di grosse mazze che poi nascondevano in un buco sotto un macigno posto presso la seconda alpe. Raccontavano anche che tra quei sassi gli "scongiurati" si fermavano a riposare dall'immane fatica, giocando alla morra.

Sempre a Camedo sembra che una volta un pastore, portando le sue mucche all'alpe, all'inizio dell'estate, vi trovasse quattro uomini a cui consegnò il bestiame, credendo che fossero i "caricatori" del pascolo: erano invece anime di "scongiurati" soffermatesi in luogo oltre il tempo loro concesso.

Altri parlano di cacciatori, che, divisato di fermarsi una settimana nelle baite dell'alpe, disturbati durante la prima notte da strani rumori suscitati dalle anime in pena, il giorno dopo, spaventati, abbandonarono il luogo.

Ancora dicevano che una moncecca di Germasino si era recata in un bosco a raccogliere foglie per la lettiera delle cinque bovine che teneva nella stalla. Lasciata la gerla sul limitare del bosco, si mise a rastrellare le foglie. Mentre era intenta al lavoro vide spuntare dal sottostante sentiero che proveniva dal villaggio una donna con una strana gerla sulle spalle e con un lunghissimo rastrello in mano. Mentre continuava il lavoro, senza peraltro riconoscere la sopravveniente, improvvisamente questa si perse nel nulla, mentre una capra appariva con accanto la strana gerla e il lungo rastrello, proprio là dove la moncecca aveva posato i suoi. La poveretta, spaventata, raccolse in fretta quanto le apparteneva e scese di corsa al paese, certa di aver incontrato una "scongiurata".

Anche nelle valli orientali simili leggende correvano un tempo sulla bocca di tutti. Di una era protagonista nientemeno che il signor Ercole, vissuto per davvero, nato nel 1663 dalla famiglia del celebre Alessandro Manzoni, vice abate del Collegio dei Notai e cancelliere dell'Ufficio militare degli spagnoli nella Valsassina. In vita sua ne aveva fatto di tutti i colori; si era persin costruito un trabocchetto in casa e, invitate con pretesti le persone non di suo gradimento, le faceva scomparire nel baratro sottostante.

Giunto agli ultimi giorni, si era nel 1737, e ridotto nel letto, andava gridando di allontanare un caprone selvatico che lo minacciava; lasciatolo un momento solo, chi. lo assisteva udì un urlo; rientrò nella camera e non trovò più nessuno, avvertendo solo un pessimo odore di pece e di zolfo. I familiari tennero nascosto che il demonio si era portato via il congiunto in anima e in corpo, nella bara posero un ceppo di pesante legno. Lo spirito, subito dopo, prese ad apparire nei dintorni su un cavallo di fuoco; le donne che andavano a lavar panni nella valle di Inscea assicuravano di udir sovente lo scalpitare del destriero. Alla fine, per evitare angherie da parte del defunto, la sua anima venne esorcizzata sui Bregai della Grigna settentrionale. Sono, questi, degli spettrali balzi acuì si accede dallo Za pel, il gigantesco squarcio dove sono confinati i pastori maledetti.

Né tra gli "scongiurati" mancavano gli stessi preti: al Piano d'Asta, sotto la vedretta dello Stelvio, vi era un prete ricordato dal Longa; in Grigna Pre Isep, leggendario sacerdote, grande cacciatore del mio paese. Tante storie di ardimenti e di bravure si raccontavano di lui.

Una mattina, accennava la primavera e gli uomini erano quasi tutti a lavorare in foresteria, il Toni di Buroi andò al Pianchel per togliere dal mucchio le castagne tenute ancora nei ricci perché si conservassero; ebbe la sorpresa di scoprire che un ladruncolo se ne era ingoiata una buona quantità, lasciando attorno le bucce semivuote.

La poca polpa rimasta attaccata, ancora fresca, denunciava che il furfante se ne era appena andato. Il Toni pensò a qualche animale, e, già che nessuno più di Pré Isep conosceva le abitudini delle bestie, decise di chiamarlo e di sottoporgli il caso strano. Il sacerdote, quando udì il fatto, comprese subito che si trattava di un orso uscito dal letargo e si rallegrò per l'occasione che gli metteva davanti una preda tanto rara. Raccomandò al Toni di stare zitto, di non dir nulla a nessuno, perché se in paese fosse giunta la notizia tutti sarebbero accorsi e avrebbero battuto la montagna facendo fuggire l'animale. Poi, la sera, all'Ave Maria, caricato il fucile che era a canna grossa e con tanto di stilo in testa, appostò il Toni vicino all'abitato, presso la gran frana detta Lavinun, dalla quale si domina il versante del Pianchel e gli ordinò di attendere due spari: il primo sarebbe stato quello destinato all'orso, il secondo, fatto esplodere appena caricata l'arma un'altra volta, sarebbe stato il segnale del buon succèsso dell'impresa: dopo di che il Toni avrebbe potuto chiamare gente e venire a prendere la preda.

Detto fatto, Pré Isep salì al Pianchel e si appostò su di un castagno che dominava la ricciaia. Non era ancora buio quand'ecco uscire dal bosco un orso bruno, possente come altri mai se ne erano veduti. Pré Isep attese che fosse a tiro, puntò l'arma e sparò.

L'animale, colpito malamente, con grandi urli di dolore rotolò giù per il vallone. Pré Isep scese dall'albero e lo inseguì; stava per raggiungerlo quando incespicò. La belva gli si avventò contro, ma lui l'affrontò impavido a colpi di stilo e l'ammazzò. Rialzatosi, il sangue dell'orso aveva bagnato la polvere che doveva servire all'altro sparo. Il Toni di Buroi, dall'opposto versante della valle, udito il primo colpo e subito dopo gli urli della belva, preso da spavento, sicuro della morte di Pré Isep, se ne era fuggito chiudendosi nella casa. Là lo trovò il sacerdote quando tornò in paese. Raccontano che per vari giorni la gente mangiò la carne dell'orso di Pré Isep.

Passarono gli anni e l'audacia di lui non conobbe limiti. Batteva la montagna d'inverno e d'estate e sempre tornava con le più grosse prede; uccise un altro orso presso Mascedo, così grosso che quando lo appesero alla casa posta di fronte alla chiesa ne trassero ben 22 pesi di carne che nutrì per molti giorni l'intera popolazione; un altro, feroce, che sterminava greggi di pecore e di capre, venne colpito a Guillo, presso la grotta del Santo Nicolao, e andò a morire nella valle Grande dove trovarono la carogna alcuni mesi più tardi.

Dicono ancora che, alla fine, la grande passione condusse Pré Isep a trascurare i doveri di sacerdote, cosicché il Demonio ebbe finalmente il potere di colpirlo. Si trovava egli un giorno nell'alta valle Molinera sopra il bosco,, là dove le rocce si levano più ardite; un camoscio, agile e forte, apparve d'improvviso su una eroda: aveva corna d'argento che luccicavano al sole. Pré Isep prese a inseguirlo dentro le forre, su per le guglie, lungo le creste più aeree; lo inseguì senza posa sino sotto le immani pareti del Pizzo. Qui, il meraviglioso animale si addentrò nel vertiginoso camino che taglia lo strapiombo in verticale. Instancabile, Pré Isep si arrampicò dietro di lui: quasi lo aveva raggiunto quando quello lanciò un fischio acuto e dall'alto, suscitati da potenze infernali, si precipitarono branchi di camosci. Pré Isep ebbe appena il tempo di puntare lo stilo del fucile in una crepa della roccia e di aggrapparsi all'arma per reggere all'impeto degli animali. Allorché la furia si fu dileguata nei valloni della Valle Molinera, ritirò il fucile, ma tanto si era conficcato lo stilo nella roccia, che dovette spezzarlo. In preda al terrore Pré Isep tornò in paese, ma lo spavento gli aveva tolto la parola. Intristì e morì in breve volgere di tempo. Narrano che la sua anima fu "scongiurata" e che ancora vaga dove incontrò la terribile avventura.

Quando ero giovane effettuai, con un compagno d'armi, una prima ascensione su per la celebre parete. Cercai lo stilo di Pré Isep, ma non mi fu dato di trovarlo! Quanto al fucile, è conservato e databile al principio del 1700.

Di sacerdoti, senza ricordare quelli legati alla stregoneria, di cui scriverò più avanti, al Diavolo era legato anche Giomaria Bertarini, detto prete Penna, curato del mio paese, strana e straordinaria figura storica del tempo di San Carlo, di cui si raccontava una leggenda che sapeva non d'Inferno, ma di Purgatorio.

Era ancora vivo lassù, all'inizio del 1600, uno dei suoi parrocchiani, che si chiamava Antonio. Narrano che la sera di un giorno di Tutti i Santi quel vecchio si era recato nell'oratorio del villaggio alto dedicato al santo del suo nome, a pregare i defunti che lo aiutassero a fare una buona morte, giacché sentiva prossima la fine. Era freddo nella chiesetta e il vecchio, senza avvedersene, si addormentò. Si destò di soprassalto alla mezzanotte e vide all'altare, tutto illuminato da ceri, un sacerdote che celebrava; riconobbe in lui il parroco Giomaria, defunto pochi anni addietro. All'offertorio il prete si volse, porgendo il calice perché il chierico versasse il vino: non vide nessuno, atteggiò il volto ad una smorfia di dolore; le luci si spensero e la visione scomparve. All'alba, il vecchio Antonio andò da prete Ambrogio, il parroco nuovo, e gli raccontò quanto era accaduto. Quello rifletté, era sacerdote di consiglio, e disse: «Si vede che prete Giomaria nella sua vita ha trascurato di celebrare una messa e non può salire in cielo sin che ha riparato al suo fallo. Taci con tutti; torna ancora nella chiesa nella futura notte dei morti e servigli la messa». Così fece il vecchio Antonio: giunto alla fine del sacrificio, prete Giomaria si volse a lui, aprì le braccia, gli sorrise e salì verso l'alto tra due schiere di angeli in un chiarore ineffabile; dietro di lui salì pure l'anima del buon vecchio Antonio. Trovarono, alla mattina seguente, il suo corpo abbandonato presso l'altare: un sorriso di gioia rendeva bello il suo volto rugoso.

Il folletto

Si trattava di uno spiritello, più dispettoso che malvagio: anche se ufficialmente veniva catalogato tra i demoni e come tale esorcizzato, derivava la credenza da remotissime tradizioni, forse nordiche e fors'anco precristiane.

La sua presenza si faceva palese per le burle, ora cattive, ora semplicemente monellesche, di cui faceva oggetto uomo ed animali.

In ogni stalla si teneva un agnello nero che con la sua presenza ne avrebbe sventato i capricci, giacché il folletto amava inquietare i muli e i cavalli alla greppia, sottraendo loro il foraggio e facendoli intristire, o più semplicemente aggrovigliando code e criniere.

A sventare simili scherzi valeva la benedizione degli animali nel giorno di Sant'Antonio abate, il 17 gennaio.

In Valtellina, si raccontava ad Albosaggia di folletti che slegavano i fasci di legni portati sulle spalle dai montanari, che scioglievano il mantello dei viandanti nelle rigide notti d'inverno, che anche quando non v'era un alito di vento facevan volar via il cappello a chi camminava sui sentieri e rotolare lungo i pendii. A Fusine si raccontava che entravano nelle stalle per accarezzare i cavalli bianchi e bastonare quelli rossi, che li facevano correre impazziti per le strade. Un po' ovunque nella valle si diceva che il loro scherzo preferito era quello di spostare nottetempo i , paletti che segnavano i confini dei campi migliori.

In Valsassina narravano che uno di quei beffardi spiritelli si accaniva • contro villaggi dove erano in azione i magli grossi per il ferro. Mentre questi lavoravano di giorno per non turbare il sonno della gente, il folletto alzava di notte la paratia dei canali che portavano acqua alle ruote; queste prendevano a girare e l'eccentrico alzava ed abbassava il gran martello. Ai colpi improvvisi tutti si destavano, anche il prete, che doveva andare nella fucina incriminata a benedirla.

Se questo accadeva in Varrone, udii raccontare a Cavargna, da bambino, esser tale la sfacciataggine del folletto che una volta, mentre la chiesa era interdetta e sconsacrata - io penso ai tempi di Federico Borromeo, quando il parroco venne freddato sull'altare - ebbe l'ardire di tirare la corda della campana in piena notte per far correre la gente!

La vicenda, tuttavia, più clamorosa delle malefatte del folletto avvenne nel 1848 e se ne dovette occupare addirittura la Curia di Milano.

A Introbio, presso la torre che bloccava la strada verso Biandino e Val Gerola, torre di trista fama per una storia di amore e di morte accaduta ai tempi delle fazioni, ma ancora ricordata sino a non molto tempo addietro, vi era in quegli anni la farmacia della famiglia Rossi, la prima apertasi in Valsassina, fra le pochissime del Lario.

Presso la distinta famiglia che la conduceva era venuto a villeggiare un signore di Lecco, con la motivazione ufficiale di curarsi una salute un poco cagionevole, ma in effetti per sottrarsi ai sospetti che nutrivano su di lui le autorità austriache ritornate dopo la breve parentesi del '48. Ebbene, una mattina di settembre l'ospite trovò abito e camicia frastagliati in ogni senso da piccoli tagli. Lo strano fatto si ripetè nella casa nei giorni successivi su stoffe e panni non solo di chi vi abitava ma anche di estranei che venivano a comperare medicine. Vi fu grande scalpore. Il parroco interessò la Curia, giunse anche un luminare dell'Università di Pavia, che, peraltro, dichiarò di non poter spiegare il fenomeno, pur constatando che avveniva specialmente in presenza di un ragazzetto della famiglia, forse, diremmo noi, dotato di facoltà paranormali.

La vicenda continuò sino al gennaio del 1849. Il popolo, assai eccitato non solo nella valle ma anche sulle rive, la attribuì al folletto di cui tornarono d'attualità tutte le gesta accadute nel passato.

Ancora i nostri nonni ce ne parlavano quando eravamo ragazzi. Si diceva che la famiglia Rossi ebbe per colpa dello spiritello dispettoso ben 600 lire austriache di danni e che finì col chiudere la farmacia.

In Val Cavargna erano considerati folletti i Bragiola, che si descrivevano simili a piccole scimmie, tozzi, scuri, pelosi, con braccia lunghe e dal volto rugoso con occhi infossati, piccoli e brillanti come braci, dai capelli ricci ed arruffati e vestiti di stracci. Nel villaggio di San Bartolomeo si diceva che si introfulavano nelle abitazioni per rubare un po'di cibo, fosse una manciata di castagne o una fetta di matusa, focaccia locale, o del latte. Per tenerli lontani, nel costruire le case si praticavano finestrelle lunghe e basse protette da una inferriata a croce, a scopo sacrale e di sicurezza. Si raccontava che, abituati a scatenarsi nottetempo, quando vedevano un viandante su un sentiero, lo raggiungevano rotolando velocissimi come palle sui pendii della montagna. Divenne leggendaria la storia di un uomo che, ritornando a casa col figlioletto fu sorpreso da loro a Tavagnago, frazione di S. Bartolomeo e, nascostosi in una stalla, li depistò col gettare la sua camicia riempita di fieno, prendendo occasione per rientrare a casa.

Derisili quando quelli lo raggiunsero in paese, accorsero dei coraggiosi e ne catturarono uno che, invitato a entrare in casa, fu messo in una padella arroventata, dalla quale fuggì urlando di dolore nella notte.

Eppure, i poveri Bragiola erano buoni e si rendevano utili: invitati i montanari a portar loro falce e falciola e un po' di cibo, segavano l'erba dei prati e facevano trovare il fieno già ammucchiato.

Si diceva nella valle che le loro abitazioni erano sotto i chiari rocciosi che sovrastano il sentiero di Tavagnago.

Le "paure"

Se il folletto era spiritello beffardo e in fondo non cattivo, altre apparizioni, che si chiamavano "Pagùr" dall'effetto che producevano sull'uomo, erano invece un avvertimento di peccato. Le incontrava, infatti, solo chi aveva l'animo in difetto; per gli altri la loro esistenza era un ammonimento.

Tra di esse sta la leggendaria capra diabolica. Anche quella comune, in verità, con le sue corna, con i suoi vasti occhi immobili, con la barba che termina l'aguzzo muso, rappresentò sempre l'emblema del demonio; e, pure, fu per la povera gente delle valli l'animale più utile benché dannosissima agli alberi che col nutrirsi delle foglie più tenere e dei germogli non lasciava mai ricrescere dopo i continui tagli voluti dalla necessità di legna per la produzione di carbone. Riusciva a trovare erba anche sui fianchi più brulli e desolati della montagna e, la sera, dava sempre un latte sostanzioso, buono per mangiare con la polenta e pertrarne formaggini.

Delle apparizioni della capra quale essere diabolico, tipica era la cavra sbagiola, immaginario animale notturno, mezzo uccello e mezza capra, che usciva di notte dalle caverne emettendo un cupo belato misto a voce umana e cercava di entrare nelle camere dove dormiva la gente non in regola con la coscienza.

Tanta ne era la paura che le finestre delle case erano costruite molto piccole e per di più sbarrate da una croce di ferro immurata, lo stesso da piccolo avevo tanta paura di quel fantasma che mi sembrava di sentirne le corna picchiettare contro l'inferriata.

Diffusa la credenza soprattutto nella zona orientale del Lario, ad occidente si conosceva la cavra del Cincinrubel. Viveva pur questa nelle caverne e negli anfratti, quali vi sono ad esempio vicino alle cave di gesso tra Nobiallo e Acquaseria, lungo la strada del Sasso Rancio. Appariva essa nella notte e i ragazzi ripetevano con spavento la cantilena:
Mi sunt la cavra d'ol Cincìrunbel,
senza corna e senza pell
cunt la corda tirada al coo:
chi ven dent i mangiaròo!

Sono la capra del Cincìrunbel, senza corna e senza pelle, con la corda tirata al capo: chi vien dentro lo mangerò!

Anche nei territori collinari attorno a Como faceva leggenda la cavra Cirombelà e ne scrisse Rosa Cantaluppi raccontando una storiella del 1937.

Non mancavano, soprattutto in montagna, altre "paure". In Val Cavargna vi era la berula, sorta di faina velocissima che entrava nei pollai a divorare pulcini e nei caselli a sporcare il latte delle conche; si diceva che per tenerla lontana bisognava lasciare una calza da sferruzzare o della lana da filare, quasi che la lana fosse un talismano.

Alla berula faceva riscontro in Valsassina la benola senza oss, una strana donnola che, come l'altra, aveva il potere di mutare a volontà le sue dimensioni, per cui difficile era tenerla lontano.