La costante importanza delle difese della Valsassino Superiore

Centro di documentazione e informazione dell'Ecomuseo delle Grigne

Pietro Pensa, La costante importanza delle difese della Valsassino Superiore da Centro Orientamento Educativo, maggio 1976, pp. 4-6.

Le vicende storiche determinanti

Pressocché priva di reperti archeologici di data anteriore al IV secolo a.C, la Valsassina storica, quella cioè comprendente le Valli del Pioverna, del Varrone e dell'Esino, ha rivelato numerose necropoli galliche, dei cui reperti purtroppo solo una parte, sia pure notevole, è stata conservata, mentre il più è andato perduto, gettato « a gerle e a gerle nei torrenti », come scrisse il sacerdote Giansevero Uberti nel 1911, e come pur vide da fanciullo chi scrive.

Se si osserva una carta archeologica, impressiona l'intensità dei punti di ritrovamento del territorio nei confronti di quelli delle altre zone lombarde, dove gli analoghi centri sono diffusi a notevoli distanze l'uno dall'altro. Elemento di particolare evidenza è poi la costante e accentuata presenza di armi nel corredo tombale degli incinerati, di cuspidi di lancia, di coltelli, e soprattutto di quelle famose spade celtiche, lunghe e arrotondate in punta, terribili a vedersi ma di acciaio così tenero a piegarsi dopo i primi fendenti, tanto da costringere il guerriero ad appoggiare la lama in terra per raddrizzarla col piede, operazione che consentì ai più agguerriti soldati romani di avere facilmente la meglio con le loro robuste e corte spade a punta, facendo del solare popolo celta veri genocidi.

Assai diversi sono i segni romani dei secoli seguenti alla completa sottomissione e alla romanizzazione del territorio: tombe con abbastanza ricco corredo di oggetti, monete, qualche lapide, resti di ville, di strade e di ponti, tutti indizi di pace e di diffuso benessere. Solo verso il tramonto dell'impero, ruderi di fortificazione, notevoli e tali da rivelarci come i Romani, dopo che i barbari ebbero rotto il limes delle Alpi, avessero provveduto a creare opere di sbarramento nei punti più favoriti dell'orografia del territorio, con quei concetti di strategia aperta che la loro sapienza militare e la necessità di evitare al massimo dispersione di forze sull'interminabile confine dell'impero, suggeriva.
Dopo le parentesi gotica e bizantina, che non segnarono sostanziali mutamenti, la calata dei Longobardi vide il sovvertimento dell'antico ordine romano.

Come si sa, i Bizantini resistettero ben venti anni nel triangolo Como-Lecco-Colico, riducendosi alla fine nell'Isola Comacina, dove, sostenuto un assedio di sei mesi, si arresero. Durante quei due decenni rafforzarono il sistema difensivo ereditato dai Romani, per resistere alla pressione longobarda che si manifestava lungo il fronte della Brianza e certamente dal Bergamasco verso la Valsassina.
I posti fortificati vennero in seguito ripresi dagli arimanni longobardi, diventando veri capisaldi di confine pronti a reggere possibili invasioni dei vicini Franchi: essi entrarono nella rete mirabile di centri di dominio a cui le popolazioni versavano il terzo dei prodotti del suolo.
Se su una carta del territorio si segnano con circoletti le necropoli galliche di cui prima si è scritto e su altra analoga i probabili centri arimannici, facilmente deducibili dai resti di fortificazioni e dal santorale delle antiche chiese che re cattolici longobardi quali Agilulfo fecero sorgere nelle residenze dei guerrieri in funzione antiariana contro l'azione di alcuni irrequieti duchi ribelli, impressiona l'analogia delle due segnalazioni: prova evidente che lo scopo militare degli insediamenti, pure alla distanza di sei secoli, era lo stesso, quello cioè di difesa da probabili invasioni lungo i percorsi transvallivi.

Sulla scorta delle notizie trasmesse dagli antichi storici, è invalsa l'abitudine di considerare i Galli quali tribù nomadi non organizzate; è però da riflettere che dalla loro discesa alla definitiva conquista romana trascorsero quasi due secoli e che nel corso di tale lungo periodo certamente essi si diedero un ordinamento, sia pure rudimentale, tanto è vero che Roma riuscì a sottometterli solo con durissime battaglie. Di conseguenza, divenuti sedentari nelle terre cisalpine, uno dei problemi per i Galli fu certamente quello di difendersi dalle popolazioni alpine che, come scrive Polibio, «si riunirono per compiere ripetute spedizioni contro di loro, invidiose del benessere che avevano acquistato e che contrastava con la loro miseria ».
Evidente quindi la ragione della presenza di guerrieri-pastori celti in Valsassina, dove, forse, sorsero anche opere primitive di difesa negli stessi posti che vedranno più tardi fortificazioni, a Introbio, a Casargo, a Pasturo, a Perledo, a Esino e anche tra Barzio e Cremeno.
Nelle vicende storiche successive al dominio longobardo, lo stesso problema si ripresenta, le stesse soluzioni difensive si ripropongono, sia pure condizionate dai variati sistemi di guerra: così nei tempi carolingi nel quadro del contado di Lecco, divenuto marca di confine durante la contesa fra i re fratelli successori di Carlomagno; così nel torbido periodo dell'ultimo altomedioevo per la difesa dalle incursioni degli Ungari, periodo in cui altre nuove torri sorsero dove le strade sboccavano nei paesi per lo spezzarsi dei problemi difensivi sfuggiti ormai a un potere centrale; così al sorgere dei liberi comuni e durante le caotiche contese di parte tra Guelfi e Ghibellini; così infine nella quasi secolare guerra tra Milano e Venezia, ora combattuta ora potenziale in una subdola e sempre vigile rivalità.

Solo dopo il furioso urto tra Francia e Spagna, nei primi decenni del 1500, il problema fortificatorio muterà totalmente, passando a un ben più vasto respiro, e nel nostro territorio resteranno unicamente i due possenti baluardi strategici di Lecco e di Fuentes.

I problemi fortificatori

Con le premesse esposte, vediamo brevemente quali furono i problemi fortificatori che interessarono l'altopiano valsassinese o, più genericamente, i paesi della Squadra detta « del Consiglio », vale a dire Cremeno, Cassina, Moggio, Barzio, Pasturo, Bajedo.
La strada che, provenendo da Lecco, saliva ad Introbio per proseguire quindi lungo la valle del Troggia sino a Blandino, da dove, dopo aver superato il passo delle Tre Croci, volgeva sulla testata del Varrone, raggiungendo la Bocchetta di Trona, e di là scendeva lungo la valle del Bitto sino a Morbegno, era la via più rapida che da Milano conduceva in Valtellina. Le condizioni di deglaciazione, che per molti secoli resero mite il clima, lasciavano libera quella via per gran parte dell'anno, nonostante che la Bocchetta di Trona si trovi a m 2122 di altitudine.
Importante era pure la variante da Introbio a Taceno e a Casargo che, volgendo in Valvarrone dal passo di Piazzo, scendeva a Tremenico e da qui, .toccando Vestreno, raggiungeva l'anfiteatro di Colico da cui si poteva passare in Val Chiavenna o ancora in Valtellina.
Importantissima via, dunque, quella che, uscendo dalla lunga stretta di Balisio, costeggiava ad occidente l'altopiano valsassinese per raggiungere il Pioverna dopo Pasturo, là dove il Sasso di Bajedo crea una formidabile chiusa, ben adatta a precludere il passaggio a chi, provenendo dal settentrione, avesse voluto scendere verso Lecco e la pianura.

Tra le due strette, la grande via poteva essere però raggiunta dai passi delle vallate bergamasche, dalla Colmine di San Pietro, da Bobbio e da Artavaggio.

Essenziale quindi, poter bloccare le due strette e poter difendere i valichi.

Il lungo corridoio che pone in comunicazione la Valsassina con la valle del Gerenzone appartenne sempre, quale territorio di Ballabio, alla Comunità generale di Lecco e dalla stessa venne guardato con due torri, di cui rimangono i ruderi, una posta ad oriente su una cengia di un dirupo a nord di Ballabio, una seconda di fronte alla prima sullo Zucco del Rat. Il passaggio, poi, poco prima di Balisio fu attraversato da un robusto muraglione difensivo con porta, di cui tuttora si indovinano le fondamenta sotto la Cotica erbosa e del quale è anche memoria negli Statuti trecenteschi di Lecco.

L'insieme degli apprestamenti fortificatori, da ritenersi antichissimo, era ritenuto di grande efficacia, tanto che Simone Arrigoni, nel 1453, durante la guerra con Venezia, scriveva al duca Francesco I Sforza di essere in condizione di trattenere qualsiasi nemico, foss'anco diecimila cavalieri.

La Rocca di Bajedo

Ancor più importanti erano le difese di Bajedo. L'orografia del luogo è eccellente per un blocco della valle. E l'importanza della famosissima rocca fu infatti tale che la Pace di Lodi del » 1454 nelle schematiche condizioni di accordo la nominò, confermandone il possesso al Duca di Milano.
Fin dai tempi neolitici il Sasso invitò l'uomo ad arroccarsi lassù. Venne trovata la punta di una freccia in selce finamente scheggiata, insieme ad alcuni cocci di ceramica. Nicchie nella roccia, poste in luce, suggeriscono sepolture di allora, ma tutto il territorio dovette essere in seguito sconvolto e rimaneggiato. La somiglianza della punta di freccia a quelle trovate presso il lago di Pusiano induce a collegare nella presenza dell'uomo le due località.
E' da ritenersi, poi, che il posto fosse guardato dai Galli: tombe celtiche furono infatti messe in luce a Pasturo, ma purtroppo nulla del loro corredo venne conservato e segnalato.
Certamente, i Romani costruirono le prime fortificazioni; per avere notizie storiche scritte, occorre portarsi però molto più avanti nel tempo, al 936, anno in cui la Rocca risulta appartenere agli imperatori Ugo e Lotario, i quali fecero dono dell'ancella Valperga e dei figli di lei a un loro vasso: il paesello di Bajedo era la residenza degli aldi e dei servi della fortezza.
Altro documento rivela che nel 975 sia la Rocca che la Corte Buscanti vennero in seguito in possesso dei conti di Lecco, loro donata dagli imperatori.
La Corte era certamente stata in precedenza un centro arimannico longobardo: la vasta prateria ben si adattava al pascolo dei cavalli dei guerrieri; il bosco per le necessità militari, accessibile e fiorente, ancor oggi è chiamato « Gaggio », nome di classica origine longobarda. Il vasto territorio a* pascoli e ad alpeggi è tanto ricco da aver potuto garantire ai dominatori una terza parte del prodotto assai cospicua.
Troveremo, in seguito, la vicinia di Pasturo pagare la decima dei Vassalli insieme a quella di Bajedo, per cui è da ritenersi che la Corte Buscanti raccogliesse i prodotti del territorio dei due comuni.
Forse, in periodo carolingio la sede signorile fu in quel « Castello » di cui è rimasto un vago ricordo e il nome di una località sovrastante l'abitato.
La dedicazione a Santo Eusebio, santo di schietta scelta antiariana; della chiesa di Pasturo, ripetutamente rifatta e ampliata, riconduce infine alla origine longobarda della Corte.
Dopo la morte dell'ultimo conte di Lecco, Corte e Rocca rimasero per un certo periodo di tempo proprietà privata della moglie di lui e forse proprio in quegli anni l'arcivescovo, divenuto signore della Valle, fondò una nuova corte: Cortenova.
In seguito, Bajedo venne in potere dei Torriani, subinfeudati dall'Arcivescovo.
E' da pensare che la Rocca abbia giocato per tale ragione un importante ruolo durante le lotte di parte tra fautori dei Torriani e dei Visconti; la perdita degli archivi di quelle famiglie non ci consente purtroppo di averne notizia; solo si sa che Bajedo e Pasturo pagavano alla famiglia di Primaluna la decima dei Vassalli.
Rappacificatisi con i Visconti, i Della Torre nel 1429 rafforzarono la Rocca a loro spese perché potesse bloccare i Veneziani, tra i cui piani strategici era quello di impossessarsi della Valsassina, di raggiungere il lago e di calare su Lecco e su Como con mezzi navali.
Le vicende convulse della guerra condussero invece alla caduta della Rocca, sembra per viltà di Galeazzo dei Ligurni, fiduciario di Filippo Maria Visconti. I Veneziani si impossessarono così della Valle e quindi, approfittando dei torbidi seguiti alla morte del Duca, scesero sino a Bellano.
Dopo l'effimera vita della Repubblica Ambrosiana e la proclamazione a Duca di Milano di Francesco I Sforza, riarse la guerra.
I Veneziani, facendosi forti del possesso della Rocca, attaccarono in grandi forze i Ducali e i loro partigiani nel 1453; furono respinti dopo una furiosa battaglia presso Bagnala di Margno.
Ritiratisi dalla Valsassina, tennero peraltro guardata la Rocca nella prospettiva di un ritorno offensivo. Nel gennaio 1454, però, affluirono sul posto notevolissime forze milanesi che piazzarono bombarde attorno alla fortezza, colpendola più volte. Quando si delineò l'attacco definitivo, gli assediati, senza speranza di soccorso, ottennero la salvaguardia di ritirarsi in territorio bergamasco.
Nella seconda metà del 1400 la Rocca continuò a richiamare l'attenzione degli Sforza che più volte ne rinforzarono le difese: abbastanza ricco è il carteggio conservato.
La fine dell'importante fortezza, ben documentata, fu drammatica. Divenutone signore Simone Arrigoni, nobile valsassinese, grazie ai meriti acquisiti presso il re di Francia per avere ucciso il Landriano, ministro di Ludovico il Moro che lo aveva colpito con una onerosa taglia, la struttura della fortezza venne trasformata dal nuovo castellano con una spesa di 7.000 ducati.
Guastatosi poi con i dominatori d'Oltralpe, l'Arrigoni offrì i suoi servizi ai Veneziani; ma, venuto in sospetto, fu preso a tradimento dai Francesi che condottolo a Milano, lo processarono e lo giustiziarono.
Sia gli uomini dell'Arrigoni che i Francesi commisero ogni sorta di scelleratezze ai danni della popolazione; sino a che gli ottimati della Valle ottennero dal Trivulzio, governatore di Milano, il consenso a distruggere il maniero.
Raso a terra dall'imprenditore Andreani di Corenno, a cui fu affidato il lavoro, rimasero solo le fondamenta dell'opera a testimoniarne la vastità e l'importanza. La grossa bombarda di bronzo fu adoperata dagli uomini di Primaluna per fondere nuove campane.
Leonardo disegnò uno studio, forse commissionatogli dal re francese intenzionato in un primo tempo ad ampliare la fortezza, che invece decise poi di lasciare abbattere dalla popolazione di cui gli importava l'appoggio in vista di un urto bellico con la confinante repubblica di Venezia.
La rocca di Bajedo « vedeva » la Colmine di San Pietro e Cassina dove due torri guardavano la strada proveniente dalle valli bergamasche; corrispondeva poi, attraverso il Monte Foppabona, con le fortezze di Ballabio, mentre dall'altro ramo della valle riceveva i segnali della torre di Introbio.
L'aspetto della fortezza dovette essere imponente.
Così lo storico Arrigoni la descrive:
«Era la rocca di Bajedo luogo importantissimo per arte e per natura ed estimata inespugnabile. Era posta sur un'eccelsa rupe che quasi promontorio si distacca dalla catena dei monti e si protende a rinserrare la valle, non lasciando che un varco non più largo di cento braccia, fra cui scorre e rumoreggia la Pioverna fra altissimi precipizi Da tre parti è la rupe scabra ed irta sì, che quasi a perpendicolo la diresti; dall'altra, con cui si unisce al monte, dava l'accesso alla, rocca, ma talmente difesa era da baluardi, antemurali e torri, che lunga opera fora stata il supararli. Sull'opposto scoglio, pure da tre parti inaccessibile, sorgeva un altro fortino, e fra l'uno e l'altro, vo' dire la spaccatura, era chiusa da muraglie e da trincere. Un ponte a due archi, costrutto già dall'arcivescovo Giovanni Visconti, che fu poi rovinato da una irruzione del fiume circa il 1550, congiungeva le due opposte sponde e dava passaggio ai viandanti. Veniva chiuso da porte di ferro ed era guardato da una torre, di cui si mirano tuttora le reliquie ».

Le torri della Colmine e di Cassina

Si è scritto della possibilità di scendere sulla strada valsassinese dal passo della Colmine di San Pietro.
Il problema dovette già presentarci, come accennato, ai Celti, inquantochè a livello locale non era difficile a popolazioni montane, pratiche dei luoghi, raggiungere quei valichi attraverso le vallate bergamasche, bresciane e valtellinesi. E che popolazioni alpine abbiano ripetutamente attaccato i Galli abbiamo già detto, su testimonianza di Polibio.
Prova della validità dell'ipotesi è la presenza di nuclei di guerrieri-pastori celti sull'altopiano. Nel 1905 venne messa in luce una tomba sul lato destro della strada che va da Barzio a Cremeno, poco fuori del centro storico.
Il corredo tombale rivelava la sepoltura di un guerriero gallo, avvenuta secondo il rito incineratorio: insieme ai vasi di ceramica vi erano due punte di lancia e un lungo' coltellaccio avente funzione di arma.
Un altro ritrovamento fu fatto nel 1932 e vennero in luce una spada, due cuspidi di lancia e un coltellaccio. Tombe galliche ancora si rinvennero una ventina di anni orsono, ma il fatto fu tenuto celato nel timore che i lavori in corso venissero fermati; si sa però che anche qui il corredo tombale conteneva spada e lance. Si può quindi concludere che a Barzio esisteva una vera e propria necropoli di un insediamento di pastori-guerrieri celti, sui quali gravava l'incarico di guardare i passi verso l'altopiano.
La necessità di proteggere quei valichi non si ripropose certamente ai Romani, in quanto le popolazioni delle montagne cisalpine erano tutte romanizzate e le calate dei barbari, che si effettuarono non più a livello locale, seguirono le vie maggiori di comunicazione. Assai delicato risorse, invece il problema in età barbarica.
Come dicemmo, un forte contingente di Bizantini, dopo la caduta di Milano in mano ai Longobardi, si asserragliò al comando del magister militum Francione nel lembo di territorio delimitato da Como, Lecco e Colico, appoggiandosi verso settentrione agli amici Franchi, in attesa di una rivincita che poi non si verificò. Nei due decenni di interregno che seguirono la morte di Alboino, ucciso per una fosca trama di palazzo probabilmente ispirata dal Bizantini, questi rafforzarono le loro difese.
Eletto re, Autari, che era duca di Bergamo, vinse la resistenza di Francione, lo sospinse fino all'Isola Comacina dove lo costrinse alla resa.
La vicenda del generale bizantino si ripetè più volte in seguito in occasione di ribellioni degli irrequieti duchi.
La Valsassina, durante tali vicende, rappresentò la via migliore per entrare dalle vallate bergamasche nel cuore del territorio rimasto ai Bizantini e, in seguito, per raggiungere da Brescia e Bergamo l'Isola Comacina.
Il valico della Colmine di San Pietro, permettendo un eccellente passaggio, fu certamente guardato sino da allora. Si ha notizia che vi sorgeva una torre; è da pensarsi, poi, che la chiesetta, la cui dedicazione a San Pietro è tipica del tempo in quanto grande era la venerazione dei Longobardi verso il re degli Apostoli detentore delle chiavi del cielo, sia proprio sorta per opera di quel popolo: la cappella fu rifatta e ampliata, ma l'originale, la cui prima pianta, del 1500 si trova nel carteggio della Curia milanese, aveva l'abside quadrata, caratteristica che riconduce all'alto medioevo.
La strada che dalla Colmine scendeva in Valsassina toccava Mezzacca e quindi usciva a Cassina. Qui sorgeva pure una torre, di cui le fondamenta si vedono ancora, inglobate in una casa di abitazione del vecchio nucleo storico.
Le due torri, della Colmine e di Cassina, corrispondevano. visivamente con la Rocca di Bajedo ed erano in comunicazione, con l'aiuto di una torre posta sul fianco del Boldes, con l'agguerrita serie di fortificazioni della Val Taleggio, innalzate a Vedeseta, a Reggetto, a Olda, a Sottochiesa, a Peghera e a Pizzino.
Durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, tra la Val Taleggio e la Valsassina vi furono faide che ebbero la Colmine quale valico per le incursioni di parte.
Le guerre, poi, tra Venezia e Milano videro sovente il passaggio dei Veneziani in forza. Tra gli episodi più vistosi di cui è rimasta memoria è quello del 1432, anno in cui i Veneziani, condotti da Giorgio Cornaro e da Daniello Venturi, calcarono ripetutamente il valico, sino a che nel novembre di quell'anno il Cornaro venne battuto e fatto prigioniero in Valtellina.
Fu in quel tempo che gli Arrigoni di Val Taleggio, fautori del Duca di Milano, furono costretti, dopo la distruzione della torre di Vedeseta, a passare la Colmine e a rifugiarsi in Valsassina dove diedero origine a rami poi illustri per incarichi e nobiltà. Da essi venne Simone di cui già abbiamo parlato.
Altro importante transito fu quello del Colleoni, capitano veneziano che nel 1450 scese con un importante esercito nel?a Valle per proseguire poi, via lago, verso la Brianza da dove intendeva portare soccorso a Milano assediata da Francesco Sforza. Il Colleoni aveva raggiunto la Colmine per la via che dalla Val San Martino risaliva la Val Imagna valicando da quella a Morterone.

Apprestamenti ai Piani di Bobbio

Mentre nulla si sa di apprestamenti ad Artavaggio, probabilmente perché dalla Val Taleggio la via seguita era quella del valico della Colmine, qualche maggior indizio si ha sulla difesa ai piani di Bobbio.
La via da Valtorta a Barzio era assai importante, anche per i notevoli scambi commerciali, particolarmente di ferro, tra le due località. Non va infatti scordato che sino al XV secolo sia Valtorta che Averara appartennero alla Comunità generale della Valsassina e che, anche dopo il loro passaggio a Venezia,. mantennero a lungo il rito ambrosiano e furono ecclesiasticamente soggette alla Pieve di Primaluna.
Notizie storiche su passaggi dal valico di Bobbio non ci sono pervenute; risulta però che un'opera fortificatoria sorgeva sul Montechiavello, posto a 1788 m di altitudine a settentrione dei Piani.
La visuale da quello zucco è straordinaria sia sulla Valtorta che sulla Valsassina e quel posto dovette far parte della rete visiva e di difesa di alta montagna che legava le torri di Varrone, di Castel Rejno, di Foppabona, della Colmine e infine di Bajedo.
Da parte sua la Valtorta aveva pure una torre, come due torri e una rocca aveva Averara, come un castello sorgeva sotto Olmo ed una torre a Mezzoldo.
La difesa più efficace dovette sempre essere quella sui passi. Per tale ragione anche durante la guerra con Venezia, essi vennero costantemente guarniti. E i valichi di montagna della Valsassina erano allora considerati « li piti forti passi del mondo ».
Concluso così il rapido sguardo alle ragioni orografiche e alle vicende storiche che resero in ogni tempo assai importante la Valsassina di Barzio e di Pasturo, ci ripromettiamo di esaminare gli aspetti socio-economico e religioso, che furono non certo meno determinanti nel porre in primo piano lo stupendo lembo di territorio.