Il contrabbando in Brianza durante la guerra tra Venezia e il Duca Francesco Sforza
Articolo di Pietro Pensa in Quaderni Erbesi, vol. VII, 1984.
Che la pingue Brianza fosse un serbatoio di viveri, tanto necessari alle truppe di ventura, Venezia si rese ben conto quando, battute le forze del duca Filippo Maria Visconti, passato l'Adda e spintosi inutilmente sin sotto le mura di Milano, il suo capitano Muzio Attendolo, ripiegando il 14 giugno 1447 verso Lecco, occupò la pieve di Incino e vi fece bottino di viveri per centinaia di migliaia di ducati.
Abbandonata poi la Brianza in seguito a scacco subito dall'Attendolo durante l'assedio di Lecco, rioccupata ancora dai Veneziani durante la fortunosa impresa del conte Francesco Sforza per impedirgli di impossessarsi di Milano, quel ricco territorio, reso esausto dalle scorribande delle truppe di ventura, tornava definitivamente in mano milanese, quando lo Sforza, nel febbraio 1450 era acclamato nuovo duca a furore del popolo.
Il nascere del contrabbando
Benché si fosse ritirata al di là dell'Adda, pure Venezia, nella previsione di ulteriori atti militari, prese ad attingere viveri dalla Brianza, che si era ripresa con il raccolto di quell'anno, adottando il subdolo sistema del contrabbando, offrendo cioè cifre nettamente superiori a quelle praticate all'interno del ducato. Qui, le condizioni generali erano ovunque assai gravi, sia economicamente che militarmente, per cui i preposti ai vari uffici dal duca Francesco avevano difficoltà di ogni genere da superare. In Lecco, in particolare, si doveva procurare ogni vettovaglia, ma la vicinanza del confine con Venezia rendeva ciò estremamente difficile.
Mentre la sponda destra dell'Adda, milanese, aveva alle spalle la fertile e ricca Brianza, quella sinistra, in mano di Venezia, era fiancheggiata dalle vallate montane bergamasche, povere di ogni prodotto agricolo.
Attraverso il fiume e il lago di Olginate, con ogni mezzo venivano condotti grani e biade. Similmente, dalla Riviera del Lario erano portati generi alimentari in Valsassina e, da quella, nella Val Taleggio e nella Valle Imagna. Una terza direttiva delle frodi era quella diretta ai paesi grigioni, esercitata con navi e con carri.
Il contrabbando fu una piaga che dette subito, e ancor più in seguito avrebbe dato, preoccupazioni ai responsabili dell'ordine.
Pietro Paolo da Spoleto, capitano della Martesana, per impedire frodi aveva addirittura ostacolato il trasporto di rifornimenti nel borgo di Lecco. Il duca, avvertito e sollecitato, intervenne, precisando che Lecco aveva diritto a provvedersi di vettovaglie senza dazio, per antica consuetudine; ad evitare però che si trasportasse più del fabbisogno, incaricò Tomaso Marcoleone, capitano del Monte Brianza, di vigilare.
Anche Biagio da Cotignola, custode del ponte, ebbe il permesso di importare senza dazio quanto fosse a lui necessario (1).
Il problema non fu tuttavia risolto: si interveniva da ogni parte, ma non si riusciva a impedire il contrabbando e la quantità di viveri disponibile si assottigliava sempre di più.
Nel gennaio del 1451 venne incaricato il podestà di vigilare sulla distribuzione, in accordo con i capitani della Martesana, del Montebarro e del lago di Como.
Si sperò in tal modo di risolvere la questione; ma non fu così: protezioni occulte, furberia dei frodatori, tutto giocava ad impedire ogni seria azione. I contrabbandieri della riva sinistra dell'Adda giunsero persino a derubare chi conduceva viveri nel borgo. Il podestà e gli uomini di Lecco protestarono; si emanarono nuove disposizioni (2). Pietro Paolo di Spoleto si recò in luogo e seppe da un barcaiolo che il contrabbando si esercitava in larga scala per i luoghi più impensati.
(...)
Note
(1) ASM, Reg. Miss. 5, e. 73 e 73 t, e. 172, aprile e agosto 1451; Reg. Miss. 6, e. 1247, agosto 1451.
(2) ASM, Reg. Miss. 2, e. 373 t, gennaio 1451.