Folclore e storia di un paese della nostra montagna: i tempi di san Carlo

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Pietro Pensa, Folclore e storia di un paese della nostra montagna: i tempi di san Carlo in Rivista di Lecco, anno XVII (1958), n. 3, pp. 34-38.

I tempi di S. Carlo

Dal 1535, dal passaggio cioè del Ducato dì Milano alla corona di Spagna, sino al 1714, anno in cui la divisione in due rami della famiglia regnante austro-ispana portò con la pace di Rastadt la Lombardia sotto il dominio degli Asburgo, corsero per le nostre terre duecento anni di miserie morali e materiali. Impotenza di governanti che emettevano fasci di inutili gride intese a supplire con l'enormità delle pene alla deficienza di braccia e di attività del potere esecutivo, pesanti apparecchiature burocratiche aventi per solo scopo l'istruire processi e lo spremere denaro con dazi e con imposte, depauperamento economico, conseguente folla di spostati che si buttavano al banditismo, soprusi, violenze e dissolutezze da parte di nobili e di bravi, avvilimento morale della plebe, decadimento spirituale della religione che degenerò in superstizione con le grottesche e spaventose forme inquisitorie contro presunte stregonerie e intese diaboliche: ecco il triste quadro di quei tempi.

La storia lombarda elenca di allora solo carestie e pestilenze, alternarsi di governatori dai titoli roboanti, passaggi di truppe straniere, nessun fatto eroico, nessuna espressione intellettuale. Pure, in tanta abbiezione appaiono due straordinarie figure, i cui due nomi bastano ad illuminare di un vivido sprazzo dell'antica luce due secoli di miserie: Carlo e Federico Borromeo.

E' assai interessante rilevare dalle carte che fortunatamente ci sono rimaste dagli archivi diocesano e parrocchiale l'eccezionale influenza che i due santi arcivescovi ebbero, non solo sulla vita religiosa, ma pure sulla vita civile dì Esino, difendendo il paese dalla azione disgregatrice della Riforma, liberandolo dai soprusi di cattivi sacerdoti, coltivando l'istruzione con la scuola di catechismo, ottenendo, attraverso l'insegnamento morale, il mantenersi dell'equilibrio tra famiglie nobili e famiglie meno abbienti e la conservazione delle antiche tradizioni di uguaglianza e di consapevolezza civica.

La chiesa di S. Vittore era stata eretta a parrocchia nel 1400, ma i prevosti della Pieve di Periodo, a cui la stessa era sottoposta, avevano sempre cercato di lasciarla vacante per poter essi stessi godere dei benefici. L'ultimo curato era stato il reverendo Ugo de Valletta, il quale però attorno al 1545 era stato costretto ad abbandonare la cura per le «insolentie causate dal prevosto Ambrogio», sacerdote «senza el timor de Dio » al quale « non bastava commettere li sacrilegij, et gravissimi incesti, et adulterij in la sua parochia, ma ancora veniva de notte a Exino con quattro o sette banditi inmascherato a balar e saltar e fare molte altre insolentie disoneste» (1).

Erano, quelli, tristi anni invero per la Chiesa milanese: simonia e corruzione travagliavano il clero; tale decadimento era tanto più pericoloso in quanto che l'eresia protestante urgeva dai vicini Grigioni. Le lunghe vacanze e le assenze degli arcivescovi titolari, poi, (degli ultimi cinque, solo uno, l'Arcimboldi, aveva occupato qualche tempo la sua sede) lasciando per quasi sessantanni la diocesi in balia di se stessa, avevano reso sempre più grave le condizioni spirituali delle nostre terre. Così ne parla il Giussano, autorevole biografo di San Carlo: «La vigna del Signore era ridotta a malissimo stato, poiché non solamente ella era sterilita di buoni frutti, ma al contrario si vedeva tutta ripiena di spine, di vepri e di pestifere erbe, d'abusi e di peccati infinti. E la vita degli ecclesiastici non poteva essere più scandalosa, ne esempio peggiore; poiché vivevano una vita mondana e sensuale, peggio assai de' secolari; portavano armi pubblicamente, giacevano per lo più in pubblici ed invecchiati concubinati. Onde era venuto questo comune proverbio: "Se vuoi andare all'inferno, fatti prete". Come parimente si tenevano in pochissima riverenza i luoghi sacri; poiché nelle chiese si trattavano i negozi soliti delle piazze anche nel tempo de' divini offici, si sentiva ne' conventìcoli ridere, dissolutamente, cicalare ad alta voce, si facevano feste e balli nelle medesime chiese, profanandole ancora con battervi dentro il grano e le biade» (2).

Quando, nella primavera del 1556, Carlo Borromeo, ottenuto dal Pontefice dopo molte insistenze il permesso di lasciare Roma, prese possesso della diocesi ambrosiana, a Esino già da qualche anno risiedeva quale parroco Gio Maria Bertarini detto il Penna, di nobile famiglia oriunda del luogo, «versatissimo et erudito in greco e latino, sano e senza veruna deformità de corpo, con molti più libri dei richiesti» (3). Sacerdote di forte animo e di acuto intelletto, egli subito trovò nel grande superiore quell'appoggio morale e materiale che gli avrebbe permesso di reggere degnamente la sua Chiesa, minacciata dall'eresia riformista che i numerosi boscaioli lavoranti in Valtellina portavano tra la popolazione.

E iniziò con fervore la sua opera, aprendo con il santo arcivescovo una interessantissima corrispondenza che ci permette di avere una viva immagine della vita di allora sulla montagna.

Già nel primo anno della sua venuta a Milano, Carlo Borromeo, ricondotto rapidamente ordine nelle Chiese della Città, si dedicò alla vasta diocesi, spingendosi sin nelle valli più aspre e remote, pur «astretto fare a piedi molle miglia con un bastone in mano a guisa di un povero montanaro, anche nel tempo del freddo e del caldo eccessivo. E quando aveva da passare in qualche balza, o luogo pericoloso di cadere per l'alte rupi che vi erano, si metteva grappelle e con quelle camminava, e fu visto talora camminare con le mani e coi piedi in terra per passare più sicuramente i luoghi più pericolosi, portato dallo zelo della salute delle anime» (4).

Ad Esino salì, provenendo da Perledo, il 1° novembre dello stesso 1566.

La notizia di un fatto miracoloso appena accaduto lo precedeva. Cosi narra il cronista: « Gli occorse che camminando a piedi per la montagna d'Introzzo, non polendo passare un torrente che rapidamente cadeva da quegli alti monti molto ingrossato per una precedente pioggia, uno di quei terrazzani lo pigliò sopra le spalle per portarlo oltre il fiume; ma entrato nel grosso corso dell'acqua, ve lo lasciò cader dentro nel mezzo, ritornando egli addietro spinto dal timore, di restarvi sommerso, prendendo poi subito fuga per temenza di esserne castigato. Fu stimato per cosa quasi miracolosa che il Cardinale non vi affogasse, stando la grossezza del torrente e perchè egli era vestito delle vesti lunghe. Uscì dall'acqua tutto bagnato e camminò in questo modo sino al primo albergo discosto un quarto di miglio dove fece dimandare quel contadino che lo lasciò cader nell'acqua ed accarezzandolo assai gli donò uno scudo d'oro in luogo del castigo che meritava» (5).

Prete Gio Maria andò incontro all'arcivescovo col suo «povero popolo, scalzi e malvestiti e pegiormente pasciuti», come egli stesso ebbe a scrivere in una sua lettera. La cerimonia dovette essere particolarmente solenne, data la ricorrenza di Tutti i Santi. Del resto S. Carlo era uso condurre le sacre funzioni «con sì gran decoro ecclesiastico, benché fosse in luogo alpestre, che parevano celesti e divine» (6).

Ben 93 furono i cresimati (7), di ogni età, per lo più ragazzi e donne; certo Esino era da elencarsi fra quei luoghi dove, come dice il Giussano, «mai per l'addietro si era vista faccia di vescovo»; gli uomini, abituati per mestiere a portarsi in foresteria, avevano avuto già modo di ricevere il sacramento.

La visita ebbe gran frutto; un fervore mistico prese ciascuno e fu un accorrere ad iscriversi alle Compagnie religiose, prima fra tutte quella della Santa Croce detta anche di S. Pietro Martire, il cui principale scopo era di far argine contro la Riforma. Vennero riordinati gli altari e tutti si adoperarono a rendere più bella la Chiesa. Sembra che proprio allora si fossero iniziate le pregevoli sculture in noce che ancor oggi adornano battistero e sacrestia; la tradizione popolare vuole che fossero eseguite da rifugiati politici, abili in tale genere di lavoro, identificandoli nei Maglia, realmente venuti profughi in quel tempo da Sordevolo di Biella (un ramo della famiglia porta tuttora il soprannome dialettale «Biei»). Nei registri parrocchiali risultano annotate le spese per l'opera, ma è taciuto il nome dei maestri.

Il parroco Bertarini, con estremo zelo, si dedicava intanto alla cura spirituale delle anime. Numerose sue lettere, raccontando i piccoli fatti di ogni giorno, ci offrono una pittura quanto mai pittoresca. In una di esse egli chiede all'arcivescovo l'autorizzazione di dedicare un altare aperto non consacrato a luogo di confessione «perchè quasi tutto questo nostro populo è surdo et mollo ignorante bestiale e protervo, conviene parlar alta voce in confessione per farli capaci di ragione et confondere le sue male opinioni» (8).

In un'altra domanda di «assolvere Ambrogio mio nepole il qual ha commesso carnalmente con Antoina sua sposa avanti che ricevessero la sacra beneditione e per haver partorito fra sei mesi dopo la recevuta beneditione et è chosa notoria» (9).

In una terza supplica il cardinale «se voglia degnare ordenare quello tanto che il Signor Dio li ispira» attorno al grave caso occorso a vari parrocchiani «di havere mangiato carne in la vigilia di San Laurentio » probabilmente in seguito alla caduta di una mucca in un burrone, caso facile d'estate sulla montagna (10).

Né si dimentica, in ossequio alle disposizioni dell'arcivescovo, che da saggio amministratore, insieme alle cose dello spirito, curava i beni materiali della Chiesa, di rivendicare i lasciti trascurati: «Giorgio Bertarino è suspeso per commissione del rev.do S.V, per causa che uno legato». E ancora chiede l'intervento del cardinale perche gli siano restituite tutte le scritture di lasciti, rogale da maestro Giovanni Pensa, cadute nelle mani del notaio Giomaria Arrigoni «puoco amico della Chiesa e molto manco a li poveri»... «homo infirmo adesso e leproso, callido e versuto» (11).

Sopratutto interessante è però una «Informatione de Exino» che prete Giomaria inviò nel 1567 a Carlo Borromeo. Ne vogliamo trascrivere la prima parie, vera curiosità letteraria che mostra, con l'erudizione e l'originalità di chi la scrisse, il gusto del tempo, ormai tendente al barocchismo:

«Exino anticamente fu dotato di grande scientiae ricchezza e nobiltà, et hora son convertite in extrema ignorantia e povertà e rustichezza.
Prima classe: Exino anticamente fu dotalo de homini simplici, humili, mansueti, benigni, pacifici, giusti, pii, sobri, charitativi. fìdeli, honesti, modesti, cortesi, continenti, casti, quieti, timorati, disciplinati, discreti, di bona conversatone, sinceri, puri, mondi di cuore, devoti, religiosi, cattolici orthodossi. Questi soli avevano edificalo le chiese. La magior parte sono andati habitar fori in varie parti della Italia e della Franza, e parte ne è restato in Exino e fanno grandissimo frutto osservando a tutta sua possanza li Concili.
Seconda classe: Exino anticamente e al presente, e dotato di molti homini che son adorni quasi delle medesime virtù, suddette; ma pigliano e osservano mezzo il consiglio del Salmista che dice: declina a malo et fac bonum: Questi, secondo il mio debol giudizio, son simili a quelle turbe che seguivano il Figliuol di Dio alla longa, ovvero a quelli Giudei che credevano nel figlio di Dio ma per vari rispetti non lo ardivano confessar.
Terza classe : Exino anticamente e al presente è sempre stato macchiato da pecore pestilente che non amano chi li riprende, cioè di homini superbi, elati, infideli, ingrati, protervi, arroganti, insolenti, petulanti, bestiali, rustichi, rozzi, zotichì, ignoranti, perversi e traversi, ipocriti, simulatori, bilingui, de due animi e de due cuori, sagaci, fallaci, astuti, callidi, versati, renitenti, ostinati, disobedienti, pertinaci, duri, contumaci, increduli, difficili, tardi, tepidi, freddi, negligenti al bene, legieri, facili, proni, pronti al male, ingiusti, iniqui, perfidi, crudeli, impii, curiosi, gloriosi, pomposi, ambinosi, fumosi, rixosi, litigiosi, sediiiosi, retrosi, contentiosi, morosi, fastidiosi, scandalosi, gulosi, crapulasi, ebriosi, libidinosi, lascivi, lubrici, luxuriosi, ignominiosi, criminosi, facinorosi, pieni di odio e di rancore, iracondi, invidi, maligni, malevoli, maledici, loquaci, bugiardi, detrattori, susurroni, rapaci, raptori, usurpatori, dannificatori, sacrileghi, opressori, angariatori, senza charità, senza discretione, senza devotione, senza religione.
Finalmente questa terza classe è sentina de vitii, una speluncha de latroni, una stalla de immundicia, una altra probatica piscina de leprosi e de paralitici; e la stessa terra inaquosa, arida, isterile, secca, diserta, infructuosa... nella quale habita il maligno spirito. Questi homini sono stati sì longamente sepulti nelli peccati a modo del fetente e quadrumano Lazzaro che non si possono in modo alchuno resuscitare senza gran cridi e abondanti lacrime. E perchè a questa classe come si vede per experientia S. Ill. e Rev.ma non li può quasi più giovare con la sua ardente charità praesertim con tanta sua amorevole exhortatione, sarà forse bene che usi un puocho della sua autorità et eruditione, perchè sono simili al populo d'Israel» (12).

A questa premessa prete Giomaria, sempre nello stesso 1567, faceva seguire un minuzioso stato d'anime della Parrocchia, in cui annotava accanto al nome, forse per dar modo all'arcivescovo di poter meglio intervenire, età, figura morale, beni materiali e malefatte di ciascuno.

Ecco qualche esempio delle sue chiose: « Francisco Coch de anni 43 puoco catholico e manco religioso anzi tutto infermo, languido paralitico, arido indemoniato e quasi morto, rixoso e totalmente leproso, blasfemo, iniuriaiore, oppressor de' poveri, per esser potente de facultà con suoi inganni et fraude è causa de la ruina de molti.
Gioannina sua consorte de anni 47 molto catholica e patiente soportar le imperfetioni del marito.
Anthoina figlia di Ser Ambrosio ditto Memetto, già de Serafino Luch sua concubina de lingua pestìfera però adesso è tutta catholica» (l3).

Ed ancora: «Piero.... hor quattro anni, essendo in Oltolina (Valtellina) et essendo in una capanna con Giovanni suo fratello e Thomas Veni no, se gloriò de haver havuto comertio carnale con una giovinetta maritata e non è il vero. Unde ne seguitò grandissima infamia. Questo agosto passato, altercando un Nicolao Vulliencho con il marito di questa giovinetta, detto Nicolao disse, ut cum vulgo loquar, becco cornuto al marito di questa donna. Unde ne è seguita grande effusion di sangue» (14).

Più che contro altri, lo zelante sacerdote si mostrava però violento contro gli infetti da eresia: « Jacomo Bonino publicamente disputava de certi falsi dogmati imparati su le Alpi. Venne a lite coi parenti della concubina et fu ferito. Benché fusse de notte, auditi li cridi de le sue sorelle corsi a la terra e trovatolo in grandissima difficultà fu contento di fare la sua confessione, ma fece puochissima contritione. Fu sepolto in cimiterio, ma i lupi non vi el lasciarono et el cavaron fuori et il tirorno giù nella grande ripa in la valle» (15).

A tanta premura il santo Arcivescovo rispondeva inviando sulla montagna delegati e predicatori, perche rinfocolassero l'ardore religioso e sopratutto curassero la scuola della dottrina cristiana a lui tanta cara, «Onde — come scrive il cronista — le feste si vedea piena tutta la chiesa di uomini, donne e fanciulli intenti chi a insegnare e chi a imparare: il che recava somma allegrezza e consolazione a tutti e i contadini ricevevano tanto contento da questi esercizi spirituali che lasciavano volentieri gli spassi e le ricreazioni » (16).

Pure, di tempo in tempo qualche scandalo non mancava di turbare la pace spirituale del paese.

Nei giorni di ferragosto del 1574, contro le prescrizioni dell'Arcivescovo, nascostamente, in una casa della Terra alta, forastieri e gente del luogo, uomini e donne, si diedero alle danze. La cosa giunse all'orecchio di prete Giomaria che, indignato, espose sulla porta della Chiesa l'interdetto ai colpevoli. Tre di questi non accettarono l'ingiunzione ed entrarono ugualmente nel sacro luogo, dicendo che erano leggi «fatte tra li preti perchè si balla per tutto il mondo et magiormente a Milano dove poi sta il cardinale».

Prete Giomaria lì invitò ad andarsene; solo dopo lunghe trattative i reprobi uscirono. Ma la domenica di poi apparvero di nuovo. Avvertito dal chierico Orazio, prete Giomaria interruppe la Messa. I giusti gli si fecero attorno, dicendogli «di prendere il bastone della Croce che loro tutti lo haverebbero seguito». Solo per la prudenza del sacerdote, che non voleva «causare qualche male» il fatto non sfociò nella violenza.

Alla fine l'Arcivescovo, avvertito, mandò suo vicario generale il rev. Do. Joh. Fontana il quale istruì un processo, interrogò i testimoni e alla fine scomunicò i rei maggiori, limitando invece la pena a chi aveva ballato, rispettando poi l'interdetto, al far «publica penitentia una mattina di festa, con una candela in mano per ciascuno» (18).

Nel 1578 l'Inquisitore generale dello stato di Milano concesse a prete Giomaria, in premio del suo fervore, la facoltà di iscrivere alla Sodalità di S. Pietro Martire chiunque avesse chiesto di esserVi ammesso, di qualsiasi luogo egli fosse, purché se ne fosse mostrato degno. Giunsero così ad Esino notabili di ogni terra dei dintorni; il loro nome è accuratamente elencato nell'interessante libro della Compagnia (18).

Nell'anno 1582 il Cardinale si recò nuovamente nelle impervie zone montane delia Diocesi. « La qual visita gli riuscì molto laboriosa, sì per la calda stagione essendo il mese di luglio e di agosto, sì ancora per la povertà ed asprezza dei luoghi. Ma ormai la vigna dava i suoi frutti ed era cosa di stupore a veder la festa e l'allegrezza che facevano que' poveri montanari e quelle genti quasi selvagge per la visita e presenza del loro santo arcivescovo; tutti correvano que' poverelli a vederlo, chiamandolo santo padre; uscivano processionalmente ad incontrarlo, cantando con letizia somma e giubilo di cuore inni e litanie mentre l'accompagnavano alla chiesa; alcuni conservavano i bastoni ch'egli portava in mano per quelle montagne per reliquia» (19).

Mentre era suo costume «il non dormire la notte nei letti preparati, ma giacere pochissime ore sopra la paglia, o sopra le foglie d1alberi e bene spesso sopra la terra» (20) si tramanda come, durante la visita ad Esino, accettasse di riposare, roso dal male che ormai da tempo per le continue fatiche minava il suo corpo, in una camera della casa Pensa; e ne era anche ricordo in un documento del primo seicento purtroppo oggi perduto. Ma la leggenda dice che rimase l'intera notte a pregare su un inginocchiatoio che ancora oggi si conserva.

Durante il breve soggiorno, il cui resoconto è accuratamente steso nelle carte conservate all'Ambrosiana, il prete cardinale visitò ogni chiesa, persino la vecchia chiesuola alpestre dì S. Pietro, costruita nel 1200 a cavaliere del lago, la quale, ormai diroccata dal tempo, era diventata rifugio degli animali da pascolo. E diede ordine di ricostruirla più piccola, ma decorosa.

Purtroppo, come è di ogni grande opera, alla morte del Santo, avvenuta nel 1584, lo splendore della sua Chiesa andò a poco a poco offuscandosi. Nel loro piccolo, lo esprimono pure le documentazioni di prete Giomaria. Prima minuziose ed accurate, diventano irregolari e disordinate, persino le date sono talvolta errate, talaltra malamente corrette; cosicché neppure l'anno è attendibile. Verrebbe fatto di pensare all'età del sacerdote che andava avanzando, se non che alcune secche e lapidarie note, seminale qua e là, rivelano ancora l'antica combattività.

Sta scritto nel libro della Sodalità di Santa Croce, di fianco ad alcuni nomi violentemente cancellati: «Deleantur etiam de libro viventium et cum iustis non scribantur» (21).

Le registrazioni si arrestano al 1604; le ultime, benché scritte con mano tremante — il sacerdote, ordinalo il 3 aprile 1560, era certo più che settantenne — sono nuovamente accurate: forse, sentendosi vicino alla morte, prete Giomaria pensava che presto si sarebbe trovato davanti al santo Arcivescovo per rendergli conto del suo operato umano!

Accanto ad un foglio stracciato si legge persino questa commovente noia: «Puer discolus quidam abstulit hoc folium!» (22).

A memoria di San Carlo Borromeo restano, in Esino, tre sacelli con la figura del Santo, costruiti nel '600 e riaffrescati successivamente, rimane il nome della via in cui si trova la casa che lo ospitò nella lontana notte del 1582 e la vicina fontana, a cui fu attinta l'acqua che servì a dissetarlo; rimane infine l'appellativo locale del granoturco, detto «carlone» in onore di lui che lo introdusse nella valle dove era prima sconosciuto.

Note

1) Bibl. Ambrosiana - Pieve di Perledo - Vol. II Q. Esino - Lettera di G. M. Bertarini a Carlo Borromeo.
2) Gio Pietro Giussano, Vita di San Carlo - Libro II Cap. I.
3) Bibl. Ambrosiana, Pieve di Perledo - Vol. II Q. 14.
4} Giussano, Op. cit. - Libro II Cap. VIII.
5) Giussano, Op. cit. - Libro II Cap. XVII.
6) Giussano, Op. cit. - Libro II Cap. VIII.
7) Archivio parrocch. - Elenco.
8) Bibl. Ambrosiana, Pieve di Perledo - Vol. II Q. Esino.
9) Ibidem - Vol. II Q. 12.
10) Ibidem - Vol. III Q. 1.
11) Ibidem - Vol. II Q. Esino.
12) Lettera già in possesso del Canonico Pensa, dottore dell'Ambrosiana, in copia autentica nell'archivio della famiglia Pensa.
13) Bibl. Ambrosiana, Pieve di Perledo - Vol. II - Stato d'anime.
14) Lettera citata. 15) Bibl. Ambrosiana, Stato d'anime citato.
16) Giussano, Op. cit. - Libro VIII, cap. VI.
17) Bìbl. Ambrosiana, Pievi lacuali - Vol. XII Sez. X - Interdicti denuntia ob Corheas diebus festivis.
18) Arch. Parrocchiale di Esino - Libro della Sodalità di S. Pietro Martire.
19) Giussano - Op. cit. - Libro VI - Cap. XVI.
20) Giussano - Op. cit. - Libro II - Cap. VIII.
21) Arch. parrocch. - Libro citato.
22) Arch. parrocch. - Registro dei matrimoni.