E la sera lunghe partire a morra nelle osterie, ma la posta non sempre era il quartino di rosso

Centro di documentazione e informazione dell'Ecomuseo delle Grigne

Articolo pubblicato da Pietro Pensa in L'Ordine, 17.8.1979

I giochi degli uomini erano due: la "morra", all'osteria, la sera e per lo più nei giorni festivi. La portavano avanti a "chiamata", uno invitava pronunciando un numero, l'altro rispondeva il suo mentre ambedue battevan le dita sul tavolo. Pronunciavano a gran voce e con estrema rapidità; ricordo di essermi tante volte addormentato al ritmico suono che giungeva dall'interno del paese. Debbo dire che il gioco era tutt'altro che sciocco, come si penserebbe. I più attenti riuscivano infatti a indovinare le mosse dell'avversario meno pronto che, preso dal fervore della partita, finiva sempre col ricadere ad intervalli nelle stesse scelte. Naturalmente, chi perdeva pagava il vino, ma talora anche più importanti erano le poste: persino dei terreni!

Come già dissi, la sera di festa gli uomini eran tutti ubriachi e le povere mogli andavano a prenderseli per condurli a casa. I più validi reggevano sino a notte inoltrata, ma il batter della morra non era più rabbioso e si spegneva a poco a poco.

Un altro gioco, assai interessante, impegnava però la domenica gli uomini validi e, con loro, tutta una folla di tifosi, di ogni età: il gioco della "balèta".

Diffuso in ogni paese del Lario, veniva disputato tra squadre dello stesso luogo, ma anche di villaggi lontani. Ho, tra le carte, due lettere del 1866 di sfida della squadra del mio Esino, celebre allora per particolare abilità, a quella di Cortenova e a quella di Cremia. L'invito, scritto in termini asciutti e seri, prevede una partita di andata ed una di rivincita, "a soldi dieci asciutti per ciascuno, ossia a italiane lire due".

Il gioco veniva condotto da squadre di sei persone, e tanto in luogo aperto che in piazzette anguste di paese. Richiedeva potenza fisica, agilità e padronanza della palla. Questa, piuttosto dura e consistente, veniva lanciata con la mano con regole analoghe a quelle del tennis; si faceva "fall" battendola oltre i limiti della "pasade" e anche quando si era toccati in parti dei corpo oltre il polso. Vi erano punti di riferimento vari, quali lo "psciodel" (pietra) "de prime" e lo "psciodel de segunde". Vi era tutto un vocabolario: "giöch", "casce", "casce vedove", "tö", "schià" e cosi via. Il punteggio procedeva a 15-30-40, raggiungendosi un "giöch" a 50. La partita era vinta da chi raggiungeva 6 giochi. Non mancava, naturalmente, l'arbitro o "cascin". Nascevano sovente vivaci discussioni e allora venivano anche interrogati i vecchi presenti, a cui si dava molto ascolto e rispetto.

Da bambino potei assistere ancora a qualche partita: mio padre mi diceva che ai suoi tempi quando si battevano le squadre di maggior prestigio accorrevano appassionati anche di paesi lontani.

Per le giovani donne vi era un altro gioco, assai semplice, ma pittoresco: quello del "becch". Si trattava di un treppiede ricavato da un alberello, che veniva battuto con un bastone e che dava i punti dal come e dal dove ricadeva. E invero le nostre ragazze picchiavan dei colpi da mettere paura, se ci avessero fatto un pensiero, ai fidanzati, futuri mariti ubriaconi!

Al gioco delle carte si dedicavano i soliti vecchi appassionati di scopone, ma pochi. E non troppi pure alle bocce.

Molta attrazione invece, e in ogni tempo, alla musica di banda, ai canti e alla danza soprattutto. Ma di questi svaghi, croce di ogni curato dal tempo di San Carlo, scriverò un'altra volta.